I sogni senza i cassetti

Sogno poco. Però devo ammettere che quando sogno sono degno di un film di John Landis.

Ma bando ai preamboli e andiamo al racconto onirico:

Stavo assistendo ad una gara di cavalli, tipo palio di Siena tanto per intenderci. Peccato che questa gara si svolgesse all’interno di un appartamento. Per carità, non era certo un bilocale, anzi, direi più una villetta. Però il percorso, delimitato da canapi con tanto di spettatori ad assistere, si sviluppava tra la cucina e il salotto, con tanto di escursione in taverna. Però quadrupedi e fantini erano davvero bravi a districarsi tra mobili e suppellettili, affrontando finanche le ripidi scale per il passaggio di fronte al caminetto.

Ma la cosa curiosa, a dire il vero, era vedere il padrone di casa preoccupato, non tanto per le condizioni della sua dimora dopo il gran premio ippico, quanto per il fatto che la sua “macchinetta applicatarghetteallecoppe” si fosse improvvisamente guastata, mettendo in imbarazzo la cerimonia di premiazione.

Ma qui, il mio lato problem solver è venuto fuori, consigliando all’angosciato organizzatore, di provare ad usare il vinavil per incollare le targhette alle coppe.

Il suo sorriso pieno di gratitudine è stata l’ultima immagine fissata nella mia mente prima che la mia sveglia mi riportasse sulla terra.

E si che non erano poi molti quei peperoni che mi aveva preparato mio padre a cena.

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Il mio corpo si ribella

E mi chiedo il perchè.

Non mi sento particolarmente stressato ne tantomeno stanco.

Però nel giro di pochi giorni, prima il mio “solito” calazio, a questo giro particolarmente fastidioso e poi il dente del giudizio che decide di fratturarsi.

Il risultato è un occhio che sembro quasimodo e che, temo, dovrò andare a fare incidere e un dente che dovrò andare ad estrarre settimana prossima.

Il fatto che utilizzi i tempi al futuro mi inquieta. Nulla di grave per carità, ma in entrambi i casi ne farei volentieri a meno, soprattutto per l’occhio.

Se il mio corpo voleva parlarmi bastava una banale influenza.

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So di dire una eresia

Ieri sera sono andato al concerto degli U2.

Bellissimo spettacolo. Vederli in palazzetto poi rende tantissimo. Riesci a cogliere le espressioni, le sfumature. Gli effetti speciali, con il fighissimo schermo video che proietta immagini efficacissime, non necessariamente spettacolari ma perfettamente centrate con la canzone, il messaggio. L’apertura del concerto, the Fly…

E poi elevetion, Vertigo, Pride, One…la scaletta non si può dire che non andasse bene. Certo Sylvestrino l’ha trovata un po’ lenta, però canzoni che non meritassero non c’erano. Una più bella dell’altra.

Però…

Però l’anno scorso, quando la chitarra di the Edge ha iniziato l’inconfondibile riff  di When the streets have no name e sul megaschermo si è materializzato il logo dell’albero sul fondo arancione…beh, io mi sono commosso. Ma non metaforicamente, sul serio.

Insomma, ieri ho avuto la sensazione di aver assistito allo spettacolo della mente, sicuramente eccelsa, del quartetto di Dublino, mentre a Roma è stato lo spettacolo dell’anima, del cuore, degli U2.

Comunque sia, un grande show in tutti i sensi. Chi ha avuto modo di essere tra i fortunati ad essere riusciti a prendere un biglietto, sono sicuro che potrà confermare.

 

PS: mentre scrivo dovremmo essere nei bis dell’ultimo concerto dei 4 previsti a Milano, per cui posso postare senza timore di spoilerare alcunchè, vero Domenico?

PS2: i video non sono miei ma li ho presi da youtube. Questa volta ho utilizzato davvero poco il telefonino e ho cercato di imprimere più nella mente che nei byte del mio smarthphone le immagini del concerto

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Nella Spa della palestra

La mia palestra ha una zona spa. Sauna, bagno turco, idromassaggio quelle cose li insomma.

Alla fine della mia seduta di spinning, stasera, indeciso se optare per una seduta di nuoto o una di relax, ho optato per la seconda.

Prima la sauna, un po’ di bagno turco, per poi finire a mollo nella grande vasca con l’idromassaggio.

Ero giusto polleggiato a pancia in giù coi potenti getti che massaggiavano l’addome, quando ho visto lei.

Fisico spaziale, con un bikini rosso che sembrava rubato  da un catalogo de La Perla e una lunga chioma nera e fluente che le arrivava a metà della schiena.

Non aveva la cuffia e la signorina ha pensato bene di rimediare legandosi i capelli con un semplice elastico nero.

Ecco, la semplicità e la disinvoltura con cui questo pezzo di gnocca da paura si è legata i capelli mi ha fatto immaginare a quando può compiere quel gesto davanti al suo fortunato uomo, prima di dedicarsi a lui.

Sarà stato il pensiero osceno, sarà stato il getto d’acqua sparato nelle parti basse, fatto sta che mi è diventato barzotto in un attimo.

Fortunatamente sono stato salvato dalla situazione imbarazzante grazie alla “bagnina” intransigente che ha fatto uscire la signorina dalla vasca e all’acqua gelata della vasca adiacente che mi è servita per raffreddare la situazione.

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L’incredibile Hulk-gatto

Stasera, tanto per cambiare, spinnig. Ovviamente la mia affermazione è ironica visto che faccio almeno due o tre lezioni la settimana pedaladando.

Però il lunedì si fa sul serio con Mimmo.

La sala è piena in ogni ordine di posti (ho sempre sognato dirlo). Tutte le bike al completo (sono quasi una quarantina) e la lezione è una powerqualcosa il che prevede che ben proiettati sullo schermo gigante in sala, ci siano le performance di ognuno dei bikers.

Durante la fase di riscaldamento, pedalando agile, non mi accorgo di nulla. Ma basta cominciare a lavorare sul pomello del freno, quello che regola la potenza (e di conseguenza la fatica) della pedalata per accorgermi che la mia bike non funziona bene.

Con apparente facilità infatti sprigiono potenze che nemmeno Cipollini nelle sue volate riuscirebbe a sviluppare.

Pedalo con nonchalance al 200 o al 300% della mia potenza abituale e la cosa è ben evidente sullo schermo sotto gli occhi di tutti.

E’ imbarazzante. Mi viene in mente la pubblicità col famoso slogan “ti piace vincere facile?”.  Chi mi è vicino vedo che ogni tanto allunga lo sguardo sulla mia pedalata, pensando di trovarmi con la stessa espressione di chi sta affrontando lo Stelvio e invece mi vede pedalare spingendo si, ma senza nemmeno troppa fatica.

In pratica ho macinato più del doppio di chilometri, calorie e watt di chiunque  altro.

Finisce la lezione e quando si riaccendono le luci noto che molti vanno alla ricerca della bici 27, la mia, quella che per tutto il tempo sembrava una moto più che una bici. Timidamente vado dall’istruttore e segnalo che la mia bike va registrata, visto i valori disumani di potenza che mi riconosceva.

Ascoltandomi un sorriso compare sul viso del mio vicino di bike che tirando un sospiro di sollievo mi dice “ah ecco…mi sentivo una m….a pedalare di fianco a te. Mi pareva un po’ strano”.

Va be…tanto gli avrei dato la paga ugualmente, ma questo glielo dimostrerò alla prossima lezione.

PS: tanto per non farmi mancar nulla non solo ho dimenticato le mutande, come al solito, ma questo giro pure l’accappatoio e le ciabatte. Il gatto sbadato colpisce ancora.

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Everybody needs somebody to love (una canzone al giorno)

Per iniziare con un po’ di carica il lunedì

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V come vendetta

Ultimamente mi è capitato di parlare di questo sentimento. Si perchè alla fine è un sentimento e come tale, al pari dell’amore, è guidato da motivazioni a volte incomprensibili e spesso ineluttabili.

Ha gli effetti di una droga, capace di appagarti e sballarti in un primo momento, ma con effetti devastanti a lungo termine.

Ne parlo con cognizione di causa. Mi è capitato di subirla, ma soprattutto, mi è capitato di agirla.

E’ terribile.

Quando subentra la vendetta, ti si annebbia la vista, non riesci a vedere le cose per quello che sono nella realtà. La mente percepisce la tua sete di vendetta come unico stimolo prioritario, facendo passare in second’ordine tutto il resto. Sei disposto anche ad annientarti pur di portare a casa il tuo obiettivo.

Spesso chi si sta vendicando riesce ad essere consapevole delle conseguenze dirette, ma difficilmente riesce a valutare quelle indirette, i “danni collaterali”. La vendetta infatti non è un fucile di precisione, ma una bomba che colpisce chiunque si trovi nei paraggi, oltre al bersaglio a cui è indirizzata.

Mi è capitato in passato di perpretare la mia vendetta. Ho agito d’istinto, senza pensare troppo…e ho clamorosamente sbagliato, facendo del male anche a chi si è trovato a passare nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ne è valsa la pena? No.

Potessi tornare indietro mi comporterei diversamente.

Però la capisco la sete di vendetta. La comprendo e non mi sento di giudicarla. Rimane comunque sempre una debolezza, un errore, spesso irreparabile, che non si dovrebbe commettere.

Diverso è quando godi delle cadute del tuo nemico. Quando, dopo aver subito, lo vedi cadere nelle buche che lui stesso ha creato. Ma in quel caso è il destino, il fato, il karma, ad essere artefice e mandante. Tu hai solo avuto la pazienza e la fortuna di vedere galleggiare il cadavere del tuo nemico nei flutti del fiume della vita.

Immagine correlata

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The little things that give you away (una canzone al giorno)

Gli U2 li avevamo lasciati con questa canzone all’olimpico di Roma l’anno scorso.

Fra poco io e Sylvestrino li ritroveremo, in un’atmosfera un po’ più intima.

Intanto mi preparo…

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Wish you were here (una canzone al giorno)

Unplugged

Perchè ogni tanto bisognerebbe staccare la spina, dai cellulari, dai computer, dalla mente.

Chiudere gli occhi e ascoltare.

 

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Going home – Local Hero (una canzone al giorno)

Siamo eroi, ma a volte ce ne dimentichiamo.

 

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