Delle ripetute, delle scopate e del signor Plank

Sto cercando di ritrovare un minimo di forma. Purtroppo sono ancora ben lontano da quello che riuscivo a fare un po’ di mesi fa. Corro con la sensazione di fatica, poca voglia e col desiderio di poter tornare quanto prima per una doccia ristoratrice.

Purtroppo la mente continua a ricordarsi di quando riuscivo a fare molti più chilometri e molto più velocemente. A volte il corpo cede e comincia a mulinare i passi come allora, salvo schiantarsi dopo poco. Se riesco ad allenarmi con qualcuno resisto un po’ di più, ma a volte, correndo con chi aveva il mio passo o addirittura era più lento,  comprendo invece ancor meglio quanto sia distante dallo stato di forma che mi piacerebbe avere.

Per compensare cerco di integrare gli allenamenti di corsa con degli esercizi per gli addominali, che comunque aiutano nell’azione di corsa (e in generale male non fanno alla pancetta).

In modo particolare, senza inventarmi chissà quali esercizi, mi concentro su un solo tipo. L’eserczio di Plank.

Il “plank” è un esercizio statico nel quale bisogna mantenere il corpo in posizione corretta, anche se non si fa un movimento specifico.

Per iniziare, sdraiatevi per terra, con l’addome rivolto verso il basso. Successivamente, piegate i gomiti di 90º, in modo che risultino allineati con le spalle. Il corpo deve formare una linea retta dalla testa ai talloni; bisogna appoggiarsi solo sugli avambracci e sulla punta dei piedi. Ricordate che i gomiti devono rimanere esattamente sotto le spalle.

Quando adottate questa posizione, i muscoli addominali si tenderanno e non dovrete rilassarli finché non avrete terminato l’esercizio.

Ecco quindi, che mentre “guardo” la tv , ascolto la musica o anche solo leggo da tablet, mi metto li, sul mio bel tappetino di gomma piuma e comincio le mie sedute.

E’ in quei momenti che mia mente parte per le analogie mentre il culo fa una fatica del diavolo a rimanere in posizione corretta.

Vanno fatte delle ripetute…come quelle fatte di corsa, da 400 metri, da un km o da quanto possa servire. Più serie cercando di resistere quanto più possibile. Conta la tenuta muscolare ma anche quella mentale, perchè arriva un certo punto in cui tutto il corpo ti dice, anzi, ti urla di interrompere…e li è solo la testa che ti spinge a resistere quel qualcosa in più. Io di solito mi cronometro con un timer col conto alla rovescia, in modo da avere un obiettivo da raggiungere (sempre per obiettivi io).

E poi, quando arrivo alla fine, quando mi accascio a corpo morto sul tappetino, sento il cuore che va a mille e la sensazione è simile a quella che provo quando si raggiunge un orgasmo dopo aver fatto l’amore. Una sorta di liberazione e soddisfazione per l’attività appena portata a termine.

In ogni caso una benefica liberazione di endorfine.

Perchè scrivo questa cosa?

Boh…probabilmente perchè dovrei scopare di più e lasciar perdere il signor Plank. 😉

active plank

 

 

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Ingegneria psicologica

Non sono ingegnere né tantomeno psicologo.

Però a volte mi piacerebbe riuscire ad avere la capacità di capire quello che avviene all’interno della mente umana.

Mi piacerebbe studiare cosa avviene quando c’è una sollecitazione, una provocazione, un’azione. Capire perchè la mente reagisce in un determinato modo e non in un altro. E capire anche perchè, di fronte alle stesse sollecitazioni, alcune reagiscono in un modo e altre in un altro.

Vorrei trovare qual è l’agoritmo, l’equazione che lega azioni e reazioni.

Da ragazzo lessi (bau…va be’ questa arriva dopo un po’) la trilogia di Isac Asimov. Nella trilogia c’era Hari Seldon che creò una nuova scienza, chiamata psicostorioriografia, che sulla base di complesse regole matematiche e statistiche, poteva predeterminare il futuro dell’umanità per centinaia di anni.

Ecco, io mi accontenterei della psicoriografia umana. Della capacità di predeterminare il futuro, prossimo, di ognuno di noi, sulla base dei suoi comportamenti.

Questo per capire chi mi circonda, ma soprattutto per capire me stesso. Perchè a volte mi chiedo perchè mi comporto in questo modo, perchè ho una reazione invece di un’altra. E ovviamente con lo scopo di capire quel che mi succede ora, perchè a volte ho degli sbalzi umorali, perchè posso passare dall’euforia alla tristezza senza motivi apparenti tali da giustificare tutto ciò. E ad essere ambiziosi per capire dove porta il sentiero che sto percorrendo e quali bivi posso ancora affrontare per modificare o meno la mia destinazione.

Vi faccio un esempio, stupido ma spero illuminante.

Stasera nel mio allenamento settimanale di beach tennis, il nostro allenatore ci ha fatto affrontare (siamo in quattro) uno contro l’altro in un incontro di “singolo” per poi fare una finale tra i vincitori e una finale di consolazione fra i perdenti.

Io oggettivamente tra i 4 sono quello più scarso, vuoi per l’età, vuoi per la capacità e la predisposizione. Però nel primo incontro, con uno molto più forte di me, me la sono giocata punto a punto, perdendo però sia pur di misura. Tutto sommato non male come risultato, almeno per le mie aspettative.

Nel secondo incontro però, che sulla carta avrebbe dovuto essere più facile perchè giocato con l’altro perdente, ho perso seccamente senza mai entrare in partita.

Eppure ero sempre io, nella stessa serata, con lo stesso tipo di gioco, ma con due risultati clamorosamente diversi. La differenza è stata solo nell’approccio mentale. Nel primo caso sono riuscito a restare mentalmente in partita fino alla fine, nel secondo non ci sono nemmeno entrato, probabilmente demoralizzato dal mancato successo del primo incontro.

La stessa cosa accade ogni giorno, con mille occasioni in cui reagisco in un modo e altre in cui reagisco in modo molto diverso. E spesso non riesco a darmi una spiegazione.

Cosa dite? Si chiama psicologia? No no…questa è ingegneria psicologica, ma io mi sono fermato alle superiori.

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Cicciona

Era più rotonda delle sue compagne di classe. Lo sviluppo precoce aveva accentuato ancor di più la differenza tra lei e le altre.

I ragazzi però sono terribili, non hanno ancora la capacità di capire quali ferite possono lasciare le parole dette e il branco rendeva tutto più semplice per loro.

Nessuno avrebbe avuto il coraggio di ripetere quelle frasi se si fosse trovato a tu per tu con lei, ma l’unione fa la forza e trovare qualcuno su cui concentrare le proprie attenzioni, qualcuno di diverso, qualcuno di debole, era facile come colpire le lucertole sul muro con la fionda, all’oratorio.

Io non ero da meno. Non sono mai stato un cuor di leone e mai per una volta ho pensato seriamente di difenderla. La paura di diventare a mia volta il nuovo bersaglio, quello diverso, mi ha sempre fatto rimanere dietro, in mezzo al branco, anche quando in cuor mio pensavo che stessimo esagerando.

Se ci fosse una giustizia lei ora sarebbe l’amministratore delegato di qualche azienda di successo e avrebbe qualcuno di noi tra i suoi dipendenti, magari qualcuno da incontrare ogni giorno in mensa, senza dire parole ma lasciando parlare gli sguardi di quel passato così scomodo per entrambi.

Però la giustizia non fa sempre parte della storia, anzi, spesso è assente ingiustificata.

Loredana non so che fine abbia fatto.

Non so se si sia sposata, se abbia dei figli, se abbia avuto successo nel lavoro o abbia girato il mondo.

Però le devo davvero delle scuse. E se c’è una cosa che almeno ho imparato da lei è che non passi occasione o momento in cui  non cerchi di far capire a mio figlio quanto sia importante che Loredana…Gianni, Michele, Mohammed, siano trattati allo stesso modo con cui lui vorrebbe essere trattato.

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Voglio

Voglio essere l’imperfezione su di te.

Voglio essere il graffio sul parquet, il rossetto sul bicchiere, quella macchia sulla tovaglia.

Voglio essere quella nuvola che copre capricciosamente il sole, quell’onda anomala, quell’ubriaco che canta per strada nel profondo della notte.

Voglio essere quel neo, che però a te sta cosi bene. Voglio essere quel bottone che manca, quella stringa slacciata.

Voglio essere l’imperfezione su di te, per renderti unica e stupenda.

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Dal registro di classe di mio figlio

Prima ora: Scienze motorie e sportive (ma non si chiamava ginnastica?)

Lezione:

Corsa 15′.

Capovolte: rotolamenti sull’asse longitudinale;

esercizio coi tappetoni.

La classe si rifiuta di collaborare perciò la lezione viene sospesa.

Perchè mi vien da ridere?

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E niente, ce l’ha più lungo lui

Oggi pomeriggio. Riunione.

Si discute su un nuovo progetto. E’ da un po’ che ci sto lavorando. A un certo punto visto che la cosa sembra si concretizzi coinvolgo il mio capo.

Lui vuole fare una riunione, per capire meglio dal marketing come stanno le cose, anche se il progetto è ancora riservato.

Bla bla bla, bla bla bla…si arriva alla fine della riunione.

Dico al mio capo che secondo me bisogna coninvolgere i colleghi degli acquisti per avere dei dati più precisi e cominciare a lavorarci sopra assieme.

Lui sicuro mi guarda e mi dice: Naaa, aspetta, vediamo come si evolve la situazione.

Non capisco ma diligentemente mi adeguo.

Trentadue (32) minuti dopo, una mail del mio capo, inviata a mezzo mondo, spiega tutti particolari del progetto.

Evidentemente voleva far vedere che è lui che ce l’ha più lungo.

Machissene….ormai ci rido sopra.  😉

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Elogio alla follia

Ho voglia di follia. Un azzardo, qualcosa che aumenti i battiti del cuore, che metta in circolo l’adrenalina.

Ma che follia vorresti fare?

Non lo so nemmeno io. Penso che la follia non possa essere programmata. Se così fosse sarebbe solo un rischio calcolato, una valutazione dei pro e dei contro, con una scelta, magari azzardata ma ponderata.

La follia che ho in mente invece è quella inaspettata, l’occasione. Quando inaspettatamente ti ritrovi in una situazione in cui fai una scelta, consapevolemente azzardata, ma senza poter fare una valutazione, seguendo solo l’istinto e sapendo di correre un rischio.

Qual è la posta in gioco?

La vita.

 

E voi che follia avete fatto?

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Metti una sera di gennaio…

Metti che sei vestito in giacca e cravatta e ti ritrovi nel tardo pomeriggio a cambiarti in ufficio per essere un po’ più casual (cazzo speriamo non mi cerchi nessuno mentre sono in mutande)

Metti che dopo una vita conosci “dal vero” un vecchio amico blogger (cacchio non dico di sentirti parlare come Gennaro Savastano, ma un minimo di accento napoletano…)

Metti che l’occasione è di andare a rivedere per l’ennesima (letteramente) volta i Depeche Mode dopo esssere fortunosamente riuscito a prendere dei biglietti la settimana prima, a prezzo regolare e per di più nel parterre.

Metti che ti tocca mangiare l’hot dog peggiore che mi sia mai capitato, ma suvvia, la birra andava bene e mica poteva essere tutto tutto perfetto.

Metti che incredibilmente ti ritrovi a qualche metro dal palco e già pregusti di riuscire a vedere le gocce di sudore di Dave quando verrà da quelle parti.

Metti che l’attesa passa chiacchierando piacevolemente di blog, di blogger, di calcio e di quella gnocca che cantava prima dei DM, ma anche se non cantava andava bene lo stesso.

Metti che Dave, Martin, l’imbalsamato e gli altri due siano in forma.

Metti che la scaletta sia fatta veramente bene, pescando anche nelle prime hit, quelle che ballavi quando ti chiedevano la carta di identità per entrare (Everything counts è dell’83).

Metti che i video sul megaschermo alle loro spalle siano efficaci e coinvolgenti come sempre (quello di Useless su tutti).

Metti che il concerto sia proprio di quelli fighi, che lui da paraculo ti urli che siete il pubblico migliore e che tu ci creda anche.

Metti i campi di grano con le braccia alzate in Never let me down again.

Metti l’immancabile coro del pubblico in Home.

Metti che per mitigare i sensi di colpa per non aver portato Sylvestrino, ti tocca spendere qusi più di gadgets per lui che di biglietto.

Insomma, motivi per mettere un bel più a questa serata ce ne sono e parecchi.

Pensare che a giugno, a Bologna, ero rimasto un po’ deluso…

Comunque due ore abbondanti, una più bella dell’altra.

Questa è Cover me, una delle poche dell’ultimo album che però è tra le mie “più” preferite…

Buon ascolto e soprattutto…buona visione…(per chi ha poco tempo vada al minuto 3’40” per goderselo da vicino)

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Sconvolto

Non riesco a pensare ad un altro aggettivo per come mi senta da un paio d’ore a questa parte.

Mia moglie mi ha appena detto che si è suicidato….SUICIDATO.

Lui è l’ex marito di una nostra amica. Si erano separati qualche anno fa.

Non potrei definirlo un amico. Gli amici si frequentano, si chiamano, ci si preoccupa di loro. Lui non lo sentivo da tantissimo tempo. Sono andato sul telefonino e ho visto che l’ultimo messaggio che ci eravamo scambiati era di due anni fa, mi chiedeva di mia mamma. Eppure sono stato il loro testimone di nozze, abbiamo passato qualche estate insieme, a fare passeggiate in montagna, grigliate, raccontando barzellette.

Certo noi conoscevamo meglio lei e come spesso (ma non giustamente) avviene, nel momento della loro separazione ci siamo silenziosamente schierati con lei e con le figlie, lasciando lui da solo, troppo solo evidentemente.

Beffardamente facebook proprio pochi giorni fa mi ricordava che era il suo compleanno. Non gli feci però gli auguri. Mi sembrava così ipocrita e falso fare degli auguri a chi non si sente da così tanto tempo.

Ora però questo pensiero mi sembra così perfido e malvagio, un tragico sbaglio.

Certo non avrebbe cambiato nulla nella sua testa. Però penso alla disperazione di chi arriva a mettere sui due piatti della bilancia i motivi per vivere e quelli per NON vivere e vedere quest’ultimo lentamente prendere un peso maggiore rispetto al primo. E penso che un saluto, una frase, un buon compleanno, avrebbe potuto essere un piccolo, piccolissimo granellino da mettere però sul piattto giusto.

Invece il peso della sua disperazione ha preso il sopravvento.

Non riesco ad immaginare come possa essere raggiungere un livello di disperazione, di depressione, di solitudine, tali da farti compiere un gesto così estremo.

In passato mi è capitato anche a me di fare pensieri di questo genere. Era un periodo della mia vita in cui pure io vedevo la disperazione, e ritenevo di essere incapace di uscirne se non in quel modo forzato. Più di una volta ho pensato di sterzare bruscamente il volante mentre ero in autostrada. Un botto e tutto sarebbe finito. Fortunatamente non ho avuto le palle per prendere seriamente in considerazione una cosa del genere.

Però ora penso a lui, che evidentemente era ancora più disperato o semplicemente ha avuto le palle per farlo davvero.

E penso alla sua ex moglie e alle sue figlie, ai sensi di colpa con cui dovranno convivere per sempre, per non aver capito.

Cazzo.

Scusami.

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Chi non muore si rivede

Stavolta l’influenza mi ha messo a dura prova.

L’uomo che rimane provato con 37 e 2 di febbre, provate a immaginare come debba sentirsi dopo 4 giorni consecutivi tra i 38 e 39.

Già il fatto che parlo di me in terza persona testimonia che completamente a posto non sono ancora, ma confido di rimettermi in sesto anche grammaticalmente.

Comunque l’ho patita molto. Lo sa anche il mio polso che si è quasi slogato per tutte le volte che ho dovuto misurarmi la febbre, il mio kpi di questi giorni.

Per il resto niente raffreddore ma solo un mal di gola terribile, come se avessi un porcospino nella trachea, e una tosse che ad ogni colpo sembrava una coltellata.

Ora però sto meglio. Stamattina per la prima volta mi sono svegliato senza febbre.

Dicono che con la febbre si cresce. In altezza ho misurato e non ho notato differenze…chissà dove sarò cresciuto?  😉

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