Il Blog del Gatto chiude per ferie

Ci si risente a fine agosto.

Fate i bravi (ma non troppo).

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Riflessioni al semaforo

In questa calda serata, col sole già ampiamente oltre i palazzi ma in grado ancora di regalare seducenti sfumature rosa, il semaforo dell’incrocio di quartiere mi ha regalato l’immagine di quest’uomo.

Guardava davanti a se in attesa di un via libera che la luce verde gli ha puntualmente concesso.

Teneva una sigaretta consumata tra le dita e indossava una camicia logora e dei jeans che avevano visti tempi migliori.

Sembrava anziano, probabilmente meno di quel che sembrava e più di quello che avrebbe voluto essere.

Il suo incedere faticoso e lento raccontava di fallimenti, di figli lontani e di donne sbagliate.

Uno zainetto in spalla, grande ma vuoto come i suoi occhi e un’ancora invidiabile folta capigliatura bianca, lasciavano immaginare una vita da raccontare, seduti al tavolo di un bar davanti ad un bicchiere di vino rosso.

Avrei voluto ascoltare quei racconti, chissà quante storie, quanti aneddoti. Ma un colpo di clacson alle mie spalle ha richiamato la mia attenzione al colore del semaforo, non più rosso e al fatto che non c’è tempo per osservare ed ascoltare gli altri. Dobbiamo andare alla nostra meta, chi velocemente a bordo di un’auto e chi lentamente sulle sue gambe stanche.

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Comincia ad essere davvero preoccupante

Oggi ho approfittato della giornata relativamente tranquilla per andare a fare shopping in pausa pranzo.

Volevo prendermi un abito approfittando dei saldi. Di solito vado sempre nello stesso negozio, visto che so che gli abiti di quella casa mi vestono solitamente bene.

Quando faccio acquisti per me sono piuttosto chirurgico. Vado, provo, compro.

Così ho fatto anche stavolta. Ho visto gli abiti della mia taglia, ho trovato un modello che mi piaceva, ho provato la giacca, poi i pantaloni. Visto che mi stava bene, sono andato alla cassa e ho pagato. Compreso un’occhiata al resto del negozio per curiosare un po’, avrò perso si e no un quarto d’ora.

Poi stasera sono passato in una di quelle sartorie nei centri commerciali, per far fare l’orlo. Domani saranno già pronti.

Vado a casa soddisfatto, ovviamente con la sola giacca che ordinatamente metto nell’armadio, quando mi accorgo che…

Cazzo, l’anno scorso ne ho comprato uno identico. Non simile…uguale uguale.

La mia demenza senile comincia a preoccuparmi davvero.

Mettiamola così. Se non altro sono stato coerente nei miei gusti.

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Fe-no-me-na-li

Non hanno deluso le mie aspettative.

Due ore di concerto intenso come se fossero partiti dai bis finali.

Spettacolo puro, fatto di musica rock, chitarre distorte, batteria incalzante ma anche di effetti speciali, corieografie, luci, acrobati.

Una sorta di musical di fantascienza.

Mattew Bellamy si conferma uno splendido animale da palcoscenico ben supportato dal resto della band.

Due ore senza un attimo di pausa, passando per i loro classici e inevitabilmente lasciando indietro altri pezzi che avrebbero sicuramente meritato.

Da parte mia ho provato anche a registrare qualche immagine come ricordo di questo fantastico concerto, ma stando in mezzo alla bolgia del prato, c’era più da saltare e cantare, per cui la qualità che ho ottenuto è risultata davvero mediocre.

Provo a compensare con qualche video rubato da youtube della serata.

Dig down alla fine l’hanno fatta in versione molto acustic e devo dire che l’atmosfera di San Siro era davvero magica.
Supermassive black hole con il suggestivo intro di incontri ravvicinati
e l’incredibile mostro di Stockholm Syndrome
il finale con l’immancabile omaggio ad Ennio Morricone

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Aspettando i Muse

Pensare che fino al 2009 non sapevo nulla di loro. Li scoprii per caso, seguendo il cuore di una donna che invece evidentemente non ambiva al mio. Con una vena di ottimismo comprai con molto anticipo due biglietti per il concerto che fecero a San Siro nell’estate 2010. Pensavo di andarci con lei.

Invece no…così mi feci accompagnare da una mia amica che non sapeva nemmeno chi fossero i Muse ma con la quale mi sfogavo parlando di lei (lei quell’altra, non la mia amica).

Si insomma, c’è stato un momento in cui non ero così anafettivo.

Però qualcosa di buono quella donna me l’ha lasciato e da allora i Muse sono entrati nelle mie preferenze musicali.

Quello di domani sarà il loro terzo concerto che andrò a vedere. Quello che accomuna tutti i loro concerti è che vado sempre accompagnato da belle persone a cui, per motivi diversi, tengo molto.

Loro sono rock, chitarre elettriche distorte, batteria che picchia, ma anche pianoforte, archi, musica sinfonica.

Da ragazzo ero un fan degli Emerson Lake & Palmer. Oggi penso che i Muse siano il gruppo che ci assomigli di più.

Domani sicuramente suoneranno questa canzone, ma non penso nella versione acustica come qui.

Dai che ci divertiremo.

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I fiori per Elena

Elena se li trovò sulla sua scrivania. Le colleghe arrivate in ufficio prima di lei pregustavano la scena di quando li avrebbe visti.

Rimase sorpresa. Un sorriso, un po’ forzato, qualche battuta scherzosa sul possibile mittente. E poi in fin dei conti era tutta invidia la loro.

La confezione era ben fatta anche se non era niente di trascendentale. Nessun bigliettino.

Cominciò a chiedere chi li avesse portati, ma tutte dissero di averli visti già sulla scrivania al loro arrivo.

Fece spallucce come a far intendere che in fondo non gliene importasse più di tanto.

Però durante il caffè di prima mattina passo tutto il tempo a scrivere messaggi sul telefonino.

“Ma sei pazzo? Cosa ti è venuto in mente? Che figura di merda mi hai fatto fare” invio

“??? Che cazzo stai dicendo? ”

“Non fare il coglione, sai di cosa parlo” – invio

“Hai fatto colazione con la grappa stamattina? Non so di cosa parli”

Il dubbio iniziò ad insinuarsi.

“Ah ok, scusa, poi ti spiego” invio

Elena sempre più china sul suo telefonino cominciò a mandare messaggi a destra e a manca. Non le mancavano i corteggiatori e il numero di messaggi inviati ne era la testimonianza. Però non ottenne nessun riscontro sul misterioso ammiratore che le aveva lasciato i fiori sulla scrivania.

Anzi, prima dell’ora di pranzo le arrivò il messaggio di Marco:

“Ora ho capito, brutta troia che non sei altro. Quei fiori vedi di infilarteli nel culo”

La notizia dei fiori misteriosi era diventata la notizia del giorno e radio scarpa aveva recapitato l’informazione anche al suo capo, nonchè suo amante, nonostante si trovasse a Roma in quel momento.

Questo voleva dire due cose. Problemi in ufficio, visto che Marco anche se è molto bravo a letto è pure terribilmente stronzo e in qualche modo gliel’avrebbe fatta pagare. Inoltre a questo punto doveva avere qualcun’altra con cui scopare visto che era venuto a sapere dei fiori.

Si guardò intorno in ufficio, con la stessa espressione di Hercule Poirot sull’Orient Express. La troia doveva per forza essere tra loro. Mara non poteva essere, troppo in carne per i gusti di Marco. Sabrina? Forse, nonostante si dichiarasse sempre innamorata del marito. O magari Antonella, che un po’ la bocca da succhiacazzi ce l’aveva. Ma non poteva escludere nemmeno quella rifatta di Anna, Angela e tutte le cazzo di donne lavorano in questo ufficio di merda!

Forse era stata proprio la troia a lasciarle i fiori per ordire questo diabolico dispetto.

Elena si sentiva sempre più isolata, col magone e la testa per aria.

Marco non rispondeva più ai messaggi e tantomeno alle chiamate.

A peggiorare la situazione c’era anche la “piacevole” serata che aveva organizzato suo marito. Una simpatica cena coi suoceri di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Alle 18 prese i suoi fiori e la sua aria da funerale per avviarsi al garage aziendale dove aveva lasciato l’auto. Prima però buttò quei maledetti fiori nel cestino dei rifiuti.

Arrivata a casa si mise ai fornelli cercando di preparare la sua maschera migliore per quando sarebbero arrivati suo marito e i suoceri.

Un’oretta più tardi arrivò il marito che tutto raggiante le andò incontro e abbracciandola da dietro mentre finiva di impanare i fiori di zucca le sussurrò: “Allora? Ti sono piaciuti i fiori?”

Elena spalancò gli occhi, balbettando qualcosa per prendere tempo. “Ah ma quindi erano i tuoi. E io che pensavo ad un ammiratore segreto. Certo che anche tu potevi metterlo un bigliettino!”

Certo che c’era il bigliettino. Era per festeggiare la mia promozione a capo delle vendite del nord europa. Entro la fine dell’anno ci trasferiamo a Londra!”

Nel frattempo nella bottega poco distante da casa di Elena e del nuovo direttore delle vendite, Emilio il fiorista, mentre stava ripulendo il negozio prima di chiudere, raccolse da terra una piccola busta con un biglietto e chiese al suo garzone: “Mattè, e questo da dove arriva?”

Dedicata a Manu e a Barbara che mi hanno sollecitato il racconto.

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La fortuna aiuta gli audaci

Temevo di aver fatto una bella cagata. Nel piano ferie dei miei collaboratori non mi ero accorto di due settimane che sarebbero state assai critiche.

La cagata stava nell’accorgersene solo al 2 di luglio.

In realtà l’avevo vista anche in precedenza, ma la situazione era ancora instabile e l’avevo accantonata (per troppo tempo) per poi vederla per bene.

Convocati tutti in riunione nel pomeriggio, ma prima confesso ho passato qualche ora con disagio. Se non avessi trovato una soluzione avrei dovuto negare le ferie a qualcuno e francamente non mi andava di passare per il solito capo stronzo.

A dire il vero mi ero già preparato anche un paio di soluzioni di riserva nel caso le cose non fossero andate come pensassi, però esponevano l’ufficio a qualche rischio di troppo.

Invece ho avuto culo di trovare la quadra al cerchio. Un paio di persone che non avevano prenotato e che erano disponibili a spostare di una settimana il loro periodo di ferie. Anzi, nell’occasione ho fatto anche un po’ di job rotation coinvolgendo un altro collaboratore che attualmente ha un po’ di disponibilità (e voglia di cambiare) in più.

Quindi fine della riunione con un bel bingo.

Rischiavo di andare dal mio capo con un problema e invece gli ho semplicemente spiegato la soluzione.

Chi mi vedesse ora potrebbe apprezzare la mia capacità “manageriale” nel risolvere un potenziale problema. Nella realtà ho avuto davvero una botta di culo…ma non ditelo in giro.

Mi serva comunque di lezione per il futuro.

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Grazie dei fior…

Il seguito però non deve essere andato come nella canzone di Nilla Pizzi.

Li ho trovati li, nel cestino dei rifiuti nel garage dove lavoro. Non sono esperto di fiori ma sembravano ancora belli.

Chissà che storia hanno avuto.

Sicuramente li ha buttati una donna (un uomo al limite li avrebbe riciclati).

Magari un’amante che doveva farsi perdonare qualcosa alla sua lei e che evidentemente non ha raggiunto il risultato sperato.

Oppure un ammiratore segreto che si è rivelato alla collega, ma lei, avendo il marito geloso, non ha potuto portare i fiori a casa (però dai, almeno in ufficio poteva tenerli).

Oppure un capo stronzo che per recuperare il rapporto con la sua collaboratrice ha pensato di fare il bel gesto. Però se è stronzo e stronzo anche coi fiori per cui…

Chissà…

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No grazie, per il momento penso ancora di usarle

Sono in palestra. Ho appena finito una seduta di corsa (anche se l’ho fatta in piedi, sia chiaro) e, dopo una grande sudata mi sono goduto una doccia rinfrescante e purificatoria.

Torno al mio armadietto e mentre sono ancora nudo come mamma mi ha fatto mi metto a cercare le mutande nella borsa (stranamente le avevo stavolta).

In quel momento arriva alle mie spalle uno dei ragazzi della reception che richiama la mia attenzione chiedendomi:

Hai chiamato tu per…? (e mostrandomi un paio di cesoie da mezzo metro, fa il gesto di chi deve tagliare).

Lo guardo, mi guardo in basso i gioielli di famiglia e rispondo:

No grazie non sono stato io. Per il momento penso ancora di usarle un altro po’.

Il ragazzo sveglio capisce la battuta e si mette a ridere, mentre poco più in la un ragazzo lo chiama: E’ qui il lucchetto da aprire.

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La combricola del Blasco

Giovedì sono tornato a vedere Vasco in concerto. In realtà il verbo tornare è fuorviante, perché è vero che l’avevo già visto dal vivo, ma allora avevo 16 anni e lui era agli inizi di una carriera incredibile.

Era l’estate dell’82 (almeno mi pare) e lo stadio era quello di San Remo.

A San Remo poi ci sarebbe andato più volte al famoso festival della canzone, rimediando tra l’altro un penultimo posto con la canzone Vita spericolata.

Vita spericolata ora è nei bis a fine concerto, tra le canzoni mperdibili.

Tutto questo comunque per dire che Vasco mi piace ma non così tanto da aver visto qualcuno dei suoi tanti concerti nel recente passato.

Invece…eccoci qua (dite la verità, l’avete letto con la sua voce).

La mia “socia” era completamente a digiuno di concerti. Emozionata e spaesata come Alice nel paese delle Meraviglie è toccato a me il divertente compito di portarla nella tana del bianconiglio. La ringrazio per avermene dato la possibilità.

San Siro e la combricola del Blasco hanno fatto il resto.

Si perché se dello stadio ormai conosco la magia (anche un’acustica non perfetta a dire il vero), dei fan di Vasco ho scoperto la fratellanza.

Sembrava infatti di conoscere tutti, come una grande famiglia.

Una mia amica, presente anche lei al concerto, nel commentarlo mi ha scritto: Ho trovato un’atmosfera diversa dal solito, come stare in una grande famiglia, mille età e infinite generazioni. E’ comunque storia della nostra musica, di noi che anche senza volerlo, certe canzoni le abbiamo imparate a memoria non si sa come o quando.

Ed è vero. Sembrava di far parte di una cerimonia, tutti insieme a celebrare la vita. Si perchè per quanto possa sembrare paradossale, lui è lontano anni luce dall’immagine di vita spericolata che cantava negli anni 80.

Il concerto è stato stupendo. Una sequenza interminabile (quasi due ore e mezza) di canzoni, quasi tutte cantate a squarciagola da 60.000 fan.

Le sensazioni che ha lasciato quando si sono riaccese le luci dello stadio sono state bellissime.

Felice di aver partecipato a questa grande comunione.

Video preso da You tube. L’acustica è quello che è ma rende bene l’idea dell’atmosfera.

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