Archivi del mese: settembre 2011

Del ghiaccio e degli effetti collaterali

Ecco un nuovo capitolo delle (dis)avventure del Gatto Sylvestro.

Ho notato che quando devo farlo parlo sempre in  terza persona. Forse è il desiderio inconscio di prendere le distanze da un imbranato di siffatta specie.

Qualche tempo fa vi avevo già annoiato col mio gomito del tennista. Si lo so, il nome scientifico è un altro ma tutte le volte devo googlarlo per ricordarlo. Per la memoria che ho è una partita persa.

Seguendo i preziosi consigli di chi tiene a me ho incominciato da qualche giorno a tenere un po’ di ghiaccio sul gomito per sfiammare i tendini interessati.

Ieri sera, dopo aver tolto il ghiaccio, quello in gel blu dentro quelle buste che tieni in freezer, ho incominciato ad avere dolori terribili. Si vabbè, il mio limite di sopportazione forse non sarà come quello di Rambo quando si cuce da solo la ferita al braccio, ma credetemi faceva veramente male.

“Ma non è che hai tenuto la busta direttamente a contatto con la pelle?”

“Si perchè?”

“ma lo sanno anche i bambini che bisogna avvolgerlo in un fazzoletto di stoffa e poi metterlo!”

Come San Tommaso, vado a leggere le scritte in corpo 4 stampate sulla busta congelata e leggo “avoid any direct contact with skin”.

Risultato:  una  simpatica ustione (da freddo) sul gomito!

Sgrunt !!!

😦

 

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Ci sono rimasto un po’ male….

Oggi, leggendo nelle statistiche delle frasi che dal motore di ricerca portano al mio blog…

La seconda….   emh…

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me la son fatta sotto

Domenica, con il gruppo dei pargoli e genitori andiamo in uno di quei parchi in in mezzo ai boschi dove fanno i percorsi avventura, quelli sugli alberi.

Mentre aspettiamo il nostro turno per indossare l’attrezzatura, Sylvestrino incomincia a manifestare la sua inquietudine. Lui non è mai stato spericolato e l’idea di arrampicarsi su quegli alberi non gli va proprio.

Però il biglietto l’ho pagato per cui mi fai il santo piacere di metterti l’imbragatura e ascoltare la spiegazione, dopodichè se vuoi stare giù a guardare gli altri fai pure...

Incominciamo i percorsi. I piccoli per conto loro seguiti a turno da uno dei genitori, e i grandi che si avventurano tra ponti tibetani, ponti nepalesi, carrucole e liane.

Ovviamente i percorsi sono con un livello di difficoltà via via crescente.

Nel gruppo, memore delle mie esperienze sui rollercoaster di Mirabilandia, passo per quello più impavido, il punto di riferimento.

Qui però al coraggio bisogna abbinare una discreta abilità e destrezza, che per quel che mi riguarda, nonostante la mia anima felina, non mi appartiene per nulla.

Mi sento molto giochi senza frontiere, e alla fine del secondo percorso, quello medio, con la maglietta intrisa di sudore gioco il jolly: “i bambini hanno fame….facciamo pausa!”.

Ci rifocilliamo commentando i passaggi più difficili e esaltando le imprese dei più piccoli. Anche Sylvestrino, passata la diffidenza iniziale ci ha preso gusto e non vede l’ora di tornare ad attaccare moschettoni e carrucole ai cavi d’acciaio.

Con la panza piena e con l’entusiasmo di un cappone alla vigilia di Natale, riprendiamo le nostre sfide.

Inizio il percorso “difficile”. Già la partenza con una scala di corda luuuunga e decisamente poco tesa, mi fa capire che le piadine hanno fiaccato oltre che il fisico anche lo spirito. Le gocce di sudore che copiose incominciano a imperlare la mia fronte ne sono la testimonianza.

Arrivo in cima, più o meno all’altezza di un palazzo di 3 o 4 piani. Ponte tibetano. Una fune sotto  piedi e una fune per reggersi con le mani. Si può fare, anche se la lunghezza del percorso è particolarmente impegnativa, almeno una ventina di metri.

Arrivo in fondo, mentre uno dei miei soci che mi precede (eravamo a quel punto rimasti solo in tre a sfidare il vuoto) incomincia ad anticiparmi da bastardo inside le “emozioni” dei passaggi sucessivi.

Arriva il mio turno, all’arrivo mancano solo tre passaggi. L’ultimo è una semplice carrucolata per riportarti a terra, non desta preoccupazioni. Ma prima un passaggio con tronchi appesi a funi, posti ad una distanza tale da dover richiedere un forte dondolamento del corpo per poter passare da un tronco all’altro. A seguire un passaggio che richiede una camminata su una fune con l’aiuto di un bilanciere.

Mi cago sotto. Al secondo tronco mi dico “ma chi cazzo me lo fa fare”. Torno indietro sulla piattaforma. Urlo a quello che stava iniziando il ponte tibetano di fermarsi e incomincio alacramente a ripercorrere  i 20 metri della fune in senso opposto.  A quelli che incrocio e che con lo sguardo mi interrogano spiego che non mi sento molto bene. Una palla bella e buona per non affossare ulteriormente il mio orgoglio ferito.

Gli altri miei compagni di avventure nel frattempo sono arrivati al traguardo e giustamente gongolano soddisfatti.

Tocco terra e a mio figlio che chiede spiegazioni cerco di impartire una lezione filosofica di come a volte bisogna saper perdere…nel frattempo alzo gli occhi e vedo una serie di ragazzini di 12 anni che passano indenni i punti critici che mi hanno sconfitto.

Cazzarola….ci devo riprovare quanto prima !!!

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Il gomito del tennista

O meglio, il gomito del beachtennista.

Ma non è questo il punto. E’ che l’altra sera, sentendo il dolore al gomito destro particolarmente forte dopo la lezione di beach tennis, ho deciso di correre ai ripari con una pomata antinfiammatoria.

Prendo il mio bel tubetto di Voltaren dallo stipetto dei medicinali, sfilo il tappo e premendo diligentemente dal fondo me ne metto una generosa dose sul palmo della mano….indovinate su quale delle due?

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Parliamo di lingue

Titolo provocatorio, ma non parliamo di quelle lingue li che pensate voi.

Oggi si parla di lingue parlate.

Stasera tornando a casa in auto ascoltavo una canzone in inglese. Non mi ricordo bene qual era e per la mia riflessione non è importante, ma il testo era chiaro e a un certo punto diceva “I like you”.

“Che strano” ho pensato. In italiano la stessa frase si traduce con, “mi piaci” usando il verbo riflessivo (maestra spero di non scrivere cavolate)

Mi ricordo quando ero ragazzino che la nostra insegnante di inglese per farci capire la differenza ce lo faceva tradurre con “io gradisco”, e a me veniva da ridere a pensare di incontrare ad una ragazza straniera particolarmente attraente  e di confessarle “io ti gradisco”. Mi verrebbe poi da darle del lei e magari salutarla con un “porgo i miei più cordiali saluti”.

Ma tant’è.

La domanda ora però nasce spontanea. Cos’è meglio secondo voi? L’italico “mi piaci” o l’anglosassone “I like you”?

I like you” sembra più diretto. Io sono il protagonista e volontariamente esprimo un giudizio.

Il “mi piaci” sembra invece quasi distaccato. Sei tu il/la protagonista, io subisco solo il tuo fascino mio malgrado. E’ solo colpa tua se sei così attraente da piacermi, io sono passivo.

Ma forse è proprio questo il bello. E’ un omaggio alla tua bellezza che va al di la del mio giudizio.

Mah….lascio a voi l’ardua sentenza e torno ai miei pensieri.

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Dalla Cina con furore

A volte capita che soddisfazioni professionali e piaceri personali si possano mischiare.

E’ capitato ieri. Un mio ex collaboratore, che da 7 mesi si è trasferito per scelta personale in Cina, è venuto a trovarci. Da li il fatto di passare qualche ora con noi per poi finire la serata con una pizzata tra gli amici più stretti.

Che c’è di così strano direte voi? C’è che questo ragazzo, poco più che trentenne, è per me motivo di grande soddisfazione.

Non l’ho assunto io, ma me lo sono trovato nel mio team non appena diventato “capo”. Da subito mi piaceva per l’entusiasmo, la curiosità e la voglia di fare che ogni giorno dimostrava. Pur essendo acerbo ed inesperto (ed è normale visto che all’epoca aveva 23/24 anni), in pochi anni gli ho fatto fare una discreta carriera. E questo con mia, oltre che sua soddisfazione. Si perchè se da una parte i riconoscimenti che ha avuto se li è strameritati, dall’altra ho dimostrato agli altri,  i suoi colleghi magari più esperti ma meno intraprendenti, che con me non si fa carriera per anzianità. Se uno è bravo si mette sulla corsia di sorpasso e corre più veloce degli altri.

Mai una polemica fuori luogo, mai di traverso. Certo abbiamo avuto anche noi i nostri scazzi, le nostre divergenze. A volte ha sbagliato e a volte l’ho ripreso per questo. Non per essere punitivo, ma per fargli capire gli errori. Lui ovviamente li per li si incazzava, ma poi capiva e quegli errori non li ripeteva. Con lui mi sono comportato da tutor sotto tutti gli aspetti, ma con grande soddisfazione.

Gli ho sempre riconosciuto la grande capacità di giocare in squadra, fare gruppo. Creare in ufficio un clima positivo e sereno. Nonostante la sua veloce crescita non ha mai sofferto le invidie degli altri, almeno quelle maliziose, piene di tossine. Era un esempio per tutti.

Poi un giorno è venuto nel mio ufficio e mi ha detto “Sylvestro me ne vado. Cambio vita e vado in Cina, anche se non avrò un lavoro fisso. Ci voglio provare”

E’ stata l’ennesima dimostrazione delle sue capacità. Intelligente, generoso e anche coraggioso.

Ieri è venuto a trovarci facendoci una sorpresa (il gancio che sapeva tutto era il mio braccio destro che non mi ha detto nulla fino all’ultimo).

Mille domande, mille curiosità e mille consigli.

“Ninja (è il suo soprannome) in Cina devi esportare il made in Italy. Non sei architetto per cui scordati il design. Di abbigliamento non capisci un cavolo per cui evita. Buttati sull’alimentare, senza troppi investimenti. Prova ad esportare la piadina romagnola, lo diceva anche Bersani!”

“Davvero ha detto questa cosa sulla piadina quello del PD?”

“Ninja va a cagà…sei sempre il solito.”

Domani riparte.

In bocca al lupo grande uomo che di strada ne farai tanta. Se però fai i soldi con la piadina vengo in Cina ad assaggiarla.

 

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Cazzarola che pedalata.

Stasera in palestra Maurizio ci ha dato dentro con la lezione. Un’ora e 10 di sola pianura. Chi ha provato a fare spinning sa di cosa parlo. 70 minuti con le gambe che mulinano velocemente, sempre.

Con la salita si può barare. Se non ce la fai molli un po’ il freno e continui a pedalare a ritmo, quello più lento della salita.

Con la pianura no. La musica ti impone il ritmo, alto. Penso che la sensazione sia molto simile a quello che provano i vogatori quando il capovoga detta il ritmo troppo velocemente. Hop, hop hop, il piede che batte in sincronia con la battuta musicale. Ora serie di jump, pedalate alternate a 4 o 8 in piedi e seduti, ora in running, sequenza lunga pedalata continuamente fuori sella, coi crampi in agguato. Di solito sono uno di quelli che non molla mai, non perde una battuta o una sequenza, ma stasera ammetto….qualche colpo di pedale l’ho fatto scappare.

A mia discolpa posso vantare una lezione, sudata, di beach tennis la sera prima. Però quella sensazione di staccarsi dal gruppo, di non tenerne il passo, l’ho avuta.

Ovviamente per non smentirmi, una volta finita la lezione mi sono accorto che https://ilgattosyl.wordpress.com/2011/08/31/il-ritorno-in-palestra/

 

PS: ammetto mi sembra di essere Linus, che parla sempre di maratone

 

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Dunque eravamo rimasti?

Ah si, partenza all’alba. Sveglia puntata alle 4 e volo lowcost un paio d’ore e mezza più tardi. Il volo dagli occhi rossi li definiva Stephen King in uno dei suoi romanzi.

Arrivo a Berlino quando normalmente i miei colleghi in ufficio devono ancora prendere il caffè e via con un’auto a noleggio verso il cuore dell’ex DDR.

Pioggia sole pioggia pioggia vento vento vento pioggia….manco dovessi andare a funghi o a castagne. Il tutto con una temperatura che oscillava tra i 10 e i 15…un bell’anticipo di autunno. Ci credo che in germania è pieno di pale per l’energia eolica.

Arrivo verso l’ora di pranzo dopo un viaggio di quasi 300 km. Fortunatamente il fornitore ci aveva preparato degli stuzzichini tutto sommato gustosi che ci siamo sbaffati quasi subito.

Sulla giornata in fabbrica a controllare quel lavoro c’è poco da dire. Tutto sommato è andata bene e c’è poco da raccontare.

Albergo: Considerato che eravamo in un paesino di 20.000 anime ci avevano trovato questa villa trasformata in albergo molto carina.

Niente di lussuono e sfarzoso, ma arredamento tipico e pareti e pavimenti in legno…scricchiolanti ovviamente. Sembrava di alloggiare nella casa della famiglia Addam’s.

Unica concessione al lusso era il letto. A baldacchino…peccato averci solo dormito!

La mattina dopo sveglia alle 6 per andare direttamente in fabbrica a vedere l’altra parte di lavoro. Anche in questo caso tutto ok a parte quel simpatico odore di umanità degli operai tedeschi che stavano terminando il turno di notte. Comprensibile sia chiaro…è che di prima mattina…

Si ritorna in albergo per la colazione dove mi concedo uova e wurstel insieme al cappuccino.

Al pomeriggio, dopo un sontuoso pranzo consumato in piedi, sotto l’acqua in un baracchino dove preparavano la salsiccia tipica del posto, ripartenza alla volta della capitale.

In aereo, prima di crollare nel sonno scomodo dei sedili stretti della Ryanair, mi avvicino alla mia collega e chiedo nuovamente …”quanto hai detto che risparmiamo?”

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post-it

pro memoria prima della partenza:

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ho sonno solo a pensarci

  • Per la stampa di quel libro andiamo in Germania. Dobbiamo però andare a vedere la stampa. Sai, visto l’importanza…
  • Ma trovare uno stampatore a portata di mano no?
  • Questo ha fatto un’offerta che ci fa risparmiare un sacco di soldi
  • Ok capisco. A che ora c’è il volo?
  • Dobbiamo trovarci alle 5 di mattina per andare all’aereoporto.
  • …ma cosa intendi per un sacco esattamente?

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