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Dell’amore e dei pinguini.

Oggi ho letto il post di un mio amico blogger. In questo post racconta un amore finito e non per scelta sua.

Probabilmente avrebbe voluto scrivere un post rabbioso, pieno di rancore, per sfogarsi contro di lei. Apparentemente ci è riuscito, ma io ci ho visto invece una stupenda lettera d’amore.

Lui in questo momento sta soffrendo, tanto. Lo si percepisce molto bene dalle sue parole, dallo stato d’animo che traspare da ciò che mostra.

Però, per quanto paradossale sia l’affermazione che sto per fare, io lo invidio.

Si lo invidio.

Lo invidio perchè l’intensità di quel sentimento è incredibile. Lo invidio perchè nonostante non sia un ragazzino, ha la purezza di un ragazzino.

Lo invidio perchè ha un cuore sano, tonico, vivo, sicuramente che soffre, ma che sotto quello strato di sofferenza lascia intuire una voglia di vivere che ormai, io, non penso proprio di potermi più permettere.

Io ho provato quello che ha provato lui. E l’ultima volta è stata fatale. Da allora ho eretto una corazza impenetrabile per quel genere di sentimenti.

Oggi io posso flirtare, coccolare, affezionarmi, parlare, ascoltare, scopare, usare, una donna, ma non voglio più amare e soprattutto non voglio più essere amato.

E ci riesco anche piuttosto bene, mi vanto del mio modo di essere anaffettivo.

Però mi sembra di stare in un purgatorio, in una landa deserta, arida e piatta.

Certo, sono io il primo artefice, il carceriere di me stesso in questa gabbia dorata. Un detto dice “chi è causa del suo male pianga se stesso” e io non posso che confermare la verità di queste parole. E’ quello che voglio. Non fare danni (perchè amando ne ho causati tanti) e cercare di non subirne.

Però quando vedo chi è diverso da me, chi è ancora capace di provare dei sentimenti così intensi, di amare…beh un po’ di invidia c’è. Il coraggio di provare a volare pur sapendo che si può anche cadere.

Io sono come uno struzzo, un tacchino, un pinguino, un uccello, che per l’evoluzione darwiniana, ha disimparato a volare.

Immagine correlata

 

 

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L’amore è…

Andare a cena dal babbo che tutto orgoglioso ti presenta la sua pasta col cavolfiore…e NON dire che l’avevi già mangiata a pranzo. 🙂

Oh cavoli…

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E anche questo ciclo si è chiuso

Sylvestrino ha chiuso con le sue medie..pardon, secondarie di primo grado.

L’ha fatto bene…in linea con le aspettative. Parlare di voti penso sia relativo. C’è chi è più bravo e chi è meno.

L’importante è che abbia finito.

Che si goda l’estate ora. Con i suoi amici, le sue “amiche” (e ne ha…ah se ne ha), il suo beach tennis, il suo nuovo telefonino (non brilliamo di originalità ma sappiamo che ha apprezzato ugualmente) e i concerti col papi…DM, U2 e…rullo di tamburi….Coldplay (ma quanto mi sono svenato?).

Su Istagram ho postato una mia foto con lui. Dopo esserci sentiti al telefono è anche questo il nostro modo di parlarci. Sempre a competere su chi raccoglie più like (ovviamente vince lui). Poi venerdì lo abbraccerò, un po’ più forte del solito. Comunque in quella foto siamo bellissimi…lui però di più.

E’ bello quanto può essere bello un ragazzo di 13 anni con la vita davanti.

E se mentre guardo quella foto mi parte in sottofondo una canzone come questa, il groppo alla gola è assicurato.

 

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E’ passato un anno

Nonostante abbia una memoria da pesce rosso, ricordo ancora bene quella sera.

Mio padre mi aveva chiamato mentre stavo uscendo dall’ufficio…“vieni a casa che la mamma ha bisogno della morfina”.

Già, in quel periodo ero diventato infermiere, imparando anche a fare le iniezioni…io che alle iniezioni sono proprio allergico.

Corsi a casa, ma appena la vidi capii subito che eravamo arrivati al dunque. Le feci quell’iniezione nella speranza, non troppo convinta, che potesse realmente alleviarle un po’ il dolore. Nel frattempo mio padre tenacemente e testardamente continuava a cercare di far uscire il medico, lo stesso medico che al telefono mi diceva…“sua padre purtroppo non ha capito, è inutile che venga a casa sua. Mi spiace ma non c’è più nulla che possiamo fare”.

Ovviamente dovevo inventarmi una qualche scusa per mio padre che non voleva accettare quel verdetto.

Così mentre lui continuava a cercare qualche soluzione per farla guarire miracolosamente, io mi concentrai su di lei.

Cominciai a carezzarla, le mani, i capelli, il viso, delicatamente, probabilmente come non ho mai fatto con lei. La guardavo negli occhi sfoggiando il migliore dei miei sorrisi, con la speranza che dai quegli stupendi occhi blu, ormai stanchi, potesse avere l’immagine di suo figlio per quel suo ultimo momento.

Ero ancora in giacca e cravatta, non avevo avuto il tempo di cambiarmi, anzi, ricordo che dovevo andare in bagno ma la tenevo nella paura di non essere li “in quel momento”.

Passai il mio tempo a sorriderle e a parlare, dolcemente, lentamente. Lei ovviamente non poteva rispondermi, ma in cuor mio sono convinto che le mie parole potessero esserle di sollievo.

Il tempo pareva essersi fermato. Ormai a casa, oltre a mio padre, c’era mia zia, mia cugina, mio zio…se fossimo stati cattolici avremmo pregato, forse mia zia lo fece anche…invece eravamo li, in silenzio, a parte me che continuavo a parlarle e mio padre che chiedeva quali medicine poteva prendere, non accettando fino all’ultimo quello che stava succedendo.

Nei film i registi, per rendere più chiara la lettura della scena allo spettatore, mettono sempre una macchina attaccata al malato che fa ping, ping, ping….fino al piiiiiiiiii finale.

Li invece non c’era nessuna macchina che fa ping…solo il suo respiro che lentamente si faceva più lungo, più lento, più faticoso….fino a interrompersi, per sempre.

Stamattina ho accompagnato mio padre di prima mattina al cimitero. Poche parole fra noi, occhi lucidi, il nostro modo per salutarla, anche oggi.

Ciao Mamma.

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Come da copione

I panzerotti di Luini, la pizza di Spontini, un giro nei negozi a comprare magliette tamarre, un trash film che può far ridere solo a lui (però alcune volte sorridevo pure io), la gara degli addominali (persa), coca cola e rutto libero…

Si insomma, Sylvestrino si diverte ancora quando viene da queste parti.

 

PS: Buon anno

 

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Piccoli tamarri crescono

A questo ho pensato quando mi è capitato di osservare alcune magliette di Sylvestrino.

Però ammetto…è un tamarro con stile. Black look lo chiama lui.

Più passa il tempo e più vedo quell’esserino che ho preso in braccio la prima volta quando pesava 2kg e mezzo che si forma con la sua personalità, fisionomia, carattere.

Sarei bugiardo a dire che non stravedo per lui.

Nel weekend abbiamo avuto diverse occasioni di “lavorare” in team.

Prima perchè mi ha chiesto di insegnargli a fare il DJ. Per cui ho passato una mattina a spiegargli cosa sono i BPM, che le canzoni si dividono in 4 quarti e perchè la cuffia va portata solo su un orecchio. Pensava fosse più facile…però era bellissimo vedere nei suoi occhi la soddisfazione per essere riuscito a “far entrare” un brano a tempo…

Poi perchè nel pomeriggio di domenica c’è stato il torneo di beach tennis. O meglio, i tornei.

Si perchè ce n’era uno per i ragazzi, uno per gli adulti ed uno per i padri e figlio.

Lui ormai ha dimostrato di avere più talento del papà con questo sport. Ha infatti vinto il suo torneo, tra l’altro in coppia con una biondina mica male che, con gli occhi a cuoricino, mi ha confessato “Lei è il papà? Lo sa che suo figlio è braaaaaavissimo….” e senza troppi scrupoli gli ha chiesto il numero di telefono (ma non erano gli uomini che corteggiavano le donne?).

Con me invece si è dovuto accontentare di un terzo posto…mio figlio ovviamente, non la biondina.

Va beh…poi c’era anche il mio di torneo ma possiamo stendere un velo pietoso…

magliette tamarre

 

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Dei Muse, dei padri che corrono e dei figli che crescono

Domani vado al concerto. Come al mio solito mi riduco all’ultimo ad ascoltare il loro nuovo lavoro.

Ammetto prof, sono impreparato, ma conto sull’esperienza per godermi lo stesso questo spettacolo, come quella volta a San Siro.

Nel frattempo ho passato un weekend fuori dall’ordinario. Finalmente sono riuscito a convincere mio padre a seguirmi a bologna. In realtà non è andata proprio così ma poi capirete.

Da quando mia mamma se ne è andata è stata la prima volta che stava fuori casa e che non andava a trovarla. Ha i suoi tempi e io non voglio forzarli.

L’occasione per convincerlo è stata una corsa. Si perchè finalmente ha rimesso seriamente le scarpette ai piedi e ora corre.

La corsa era la stracittadina. Più una festa che una corsa. Tanta gente, famiglie, bambini, carrozzine, cani…o parti davanti o lascia perdere l’idea di correre per i primi chilometri.

Così è stato. Finchè c’era da fare la serpentina fra i “lenti” me la sono cavata con una discreta agilità (alla faccia del gatto di marmo), ma appena il gruppo si è sgranato, mio padre ha messo la quarta e ne io ne i miei amici siamo riusciti a stargli dietro. Altro che seguirmi…ho dovuto inseguirlo io per 12 chilometri… invano.

Inutile chiedergli alla fine che tempo aveva fatto quando siamo arrivati all’arrivo. “Ma è da tanto che sei arrivato?” ” Mah non so, non ho nemmeno l’orologio…” Lo spirito competitivo di mio figlio so da dove viene.

Ecco, a proposito di lui, Sylvestrino. Ha passato una bella domenica mattina anche lui a correre e camminare coi suoi amici, ma verso sera si è rabbuiato. Non so il motivo ed inutile tentare di capirne le ragioni. Penso questioni di cuore. Dico penso perchè per quanto sia una padre “amico” rimango sempre un padre per cui non sono fatti miei. A 12 anni comunque comincia anche lui a capire quanto a volte faccia male quella cosa li dentro la gabbia toracica, che ti lascia con l’amaro in bocca anche se vai a letto senza nemmeno mangiare. Benvenuto nel folle mondo di chi ama figlio mio.

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La quiete dopo la tempesta

Non è che il mio lutto sia diverso dagli altri.

Però quando lo vivi di persona sulla tua pelle è tutta un’altra cosa.

Mille le emozioni che mi hanno accompagnato in questi giorni e che mi continueranno ad accompagnare nei prossimi giorni, settimane, anni…

Avrei mille spunti di riflessione che vorrei condividere, mettere nero su bianco. Scrivere mi aiuta a pensare e ad elaborare.

Lo farò, ma non oggi.

Per ora volevo ringraziare tutti per la vicinanza e l’abbraccio che, sia pur virtuale, mi avete fatto sentire forte…ora però non stringete troppo altrimenti mi manca il fiato!  🙂

 

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il cerchio della vita

Appena nato era mia madre che si prendeva cura di me. Mi dava da mangiare, mi lavava, mi cambiava il pannolino…

I cerchi mi stanno sul culo. Sono perfetti mentre preferisco l’imperfezione…senza contare che in disegno faccio schifo.

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Una notizia buona e una cattiva, ma per favore non fate quella faccia.

Mia madre è finalmente a casa e questa è la notizia buona. Quella terapia che ci avevano prospettato però non possono fargliela per i valori epatici troppo sballati, e questa è quella cattiva.

Nelle ultime settimane la mia vita è cambiata notevolmente, girando in qualche modo tutto intorno a lei. Negli ultimi giorni ancor di più, visto che mi sono trasferito a tutti gli effetti a casa dei miei, ma almeno così do una mano a mio padre e soprattutto non lo lascio solo la notte che avevo capito era la cosa che temeva di più.

Non facili questi primi giorni a casa. C’è molto da organizzare…il medico, l’infermiere, l’operatrice socio sanitaria, l’infermiera che si occupa solo dell’alimentazione, e poi l’asl, anzi ast, la società per l’alimentazione parenterale parenterale, le farmacie…senza dimenticare che in ufficio c’è un lavoro nuovo da imparare.

Però tengo botta. I cocktails di medicinali, il sondino gastrico, le iniziezioni di eparina (quelle mio padre non se la sente proprio di farle), ma anche un po’ chef la sera, almeno sono sicuro che lui mangi a dovere e non si lasci andare.

Ma c’è una cosa che un po’ mi urta, anche se la comprendo benissimo.

E’ quella faccia li. Quella che hanno tutti, amici, colleghi, parenti, quando parlano con me.

Probabilmente lo farei anche io a ruoli invertiti ed è normale sia chiaro. Chi sa che situazione sto vivendo è ovvio che abbia un atteggiamento del “mi dispiace, ti sono vicino, fatti forza”. Una sorta di lutto anticipato.

Ma per quello avrò tempo. Nel frattempo vivrò i miei alti e bassi, i momenti di sconforto ma anche quelli più spensierati, nonostante le condizioni di mia madre.

Lei sta morendo e anche se sembra che non lo abbia ancora capito, io so che lo sa. Ma non ho intenzione di guardarla con lo sguardo da cocker. Le sorrido ogni giorno, ogni momento. La prendo in giro per tutti i tubicini che ha in giro, per il fatto di sforacchiarla con le mie iniezioni, per i suoi capelli per aria (mamma smettila di andare in giro in moto senza casco!). Gioisco per ogni debole sorriso che riesco a strapparle e per ogni carezza che ottengo da lei.

Però voglio essere me stesso anche quando esco da quella casa. Si lo so, non sta bene essere allegri quando tua madre sta morendo, ma io voglio continuare ad essere il solito minchione che spara cazzate, come ho sempre fatto e senza sensi di colpa. E voglio che anche gli altri continuino a comportarsi con me nello stesso modo. Ovvio che mi faccia piacere quando mi chiedono di lei e non ho nessun problema a raccontare a spiegare, anzi parlarne non può che farmi bene. Però poi fatemi fare le mie battute a doppio senso, fatemi prendere per il culo gli interisti, fatemi ridere di una barzelletta idiota…e soprattutto non fate quella faccia.

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