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Decluttering (cat mode)

Lo ammetto, tra i vari libri che ho ascoltato in questi mesi (ormai sono un accanito consumatore di audible), c’è stato anche “il magico potere del riordino” di Marie Kondo.

Ora, senza arrviare agli estremi che suggerisce l’autrice (mi rifiuto di ringraziare un paio di scarpe per il lavoro svolto) ci sono alcuni suggerimenti che penso siano utili.

Ecco quindi che in una serata un po’ noiosa di tarda primavera, svuoto completamente i cassetti sul letto e dopo aver fatto un po’ di ripulisti ordino magliette, mutande e calzini con buon ordine.

Leggevo, tra le altre cose, che chi ha troppi pensieri in testa, tende a rimettere in ordine la propria stanza o il proprio ufficio, credendo che quel disordine mentale sia figlio di quello fisico e sperando che mettendo a posto l’uno si sistemi anche l’altro. Chissà, magari è proprio così.

Però il mio cassetto dei calzini è davvero cambiato. Chissà se ora si liberi un po’ di spazio per i sogni? (non incubi please)

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Sulla circonvallazione col windsurf

Dopo una amatriciana questa notte ho sognato che andavo in windsurf sulla circonvallazione.

Era la prima volta che provavo a volteggiare lungo la circonvalla e un mio collega, esperto surfista, mi spiegava bene come partire. Si perchè ovviamente non c’era il mare ma la tavola era sospesa nell’aria a una decina di cm. dall’asfalto.

“Vedi tieni un piede sulla tavola e l’altro per terra. Quando viene il verde, dai due spinte per terra e salti sulla tavola prendendo il vento. Mi raccomando stai attento ai motorini…”

E niente, Fellini mi fa un baffo coi suoi sogni, così come Rovazzi coi sui trattori in tangenziale.

PS: nella foto la tavola è sulle rotelle ma nel sogno si librava nell’aria.

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Il Komandante non delude mai

Che dire, non sarà stata certo un po’ di pioggia a rovinare la giornata.

Ho camminato e ballato (più di 20.000 passi).

Ho cantato e stonato a squarciagola.

Mi sono emozionato e anche commosso (meno del previsto comunque).

Ho partecipato a quella che è a tutti gli effetti una messa laica, una liturgia liberatoria.

Il panino faceva cagare, la birra si annacquava con la pioggia.

Però quelle due ore e mezza valevano tutto.

Mi mancava assistere ad un concerto. Ho fatto molto di più, l’ho vissuto.

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Non so se preoccuparmi

Sabato finalmente tornerò ad un concerto. Dopo oltre due anni riassaporerò quelle sensazioni, quei rituali, tipici di un grande concerto. Il Komandante mi aspetta in quel di Imola con un biglietto che ormai ho acquistato 3 anni fa.

Non vedo l’ora.

Tra i tanti rituali che precedono il concerto però ce n’è uno che prevede un periodo di full immersion nelle canzoni che andrò ad ascoltare (a riascoltare in questo caso). Quindi venerdì, durante il viaggio per far rientro a casa mi sono sparato per un paio d’ore una compilation di Vasco ovviamente cantata a squarciagola (fortunatamente senza pubblico).

Perché dovrei preoccuparmi allora?

Perché più di una volta, mentre ascoltavo, mentre cantavo, mi è venuto un groppo alla gola. Mi commuovevo e non metaforicamente, mentre le parole del Blasco mi facevano venire scorrere tante pagine della mia vita.

Una mia amica una volta mi disse che non importa chi tu sia, quanti anni tu abbia o quale fase della tua vita tu stia attraversando, ma nelle canzoni di Vasco Rossi ce n’è sempre qualcuna che sembra scritta per te.

Ed è proprio così.

Più di una volta mentre ascoltavo pensavo a cosa mi ricordava quella canzone, quelle parole. Quasi una sorta di bilancio della propria vita. A volte dolce, altre terribilmente amaro.

E il colmo è stato che mi sono commosso non solo per le canzoni, ma anche per le parole che il rocker di Zocca dedicava ai suoi fans. Quando ad esempio, durante “Alba Chiara”, al Modena park, incitava il suo popolo urlando “siete bellissimi…e ce la farete tutti!”.

Ecco, sono il primo ad essere consapevole che così non è. Che non tutti ce la faranno (per un terribile scherzo del destino una coppia che si stava recando al concerto di sabato scorso è stata vittima di un incidente mortale). Però è così bello sentirselo dire. E’ bello crederci, sperarlo ed illudersi che sia così.

E io sono preoccupato, perché ho paura di passare due ore e mezza a piangere come un cretino.

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Ancora dei sogni

La mia produzione onirica è parecchio attiva nelle ultime settimane.

L’ultima fatica riguarda un sogno che è avvenuto stanotte.

Come sempre il tutto è un po’ confuso e apparentemente senza senso. Alcuni passaggi me li sono ovviamente dimenticati (dovrei pure io tenermi un taccuino sul comodino per appuntarmi i ricordi al risveglio), ma ricordo questi passaggi:

Dovevo camminare per fare un mpo’ di moto con l’obiettivo di andare fino ad un bar a Cascina Gobba (per i non milanesi è una zona periferica di Milano). Una volta entrato nel bar, di cui non ero un cliente abituale, tentavo di fare colazione con cappuccino e brioche. Solo che le brioches non c’erano ma c’era una invitante torta alla crema. Aspettavo diligentemente il mio turno, ma quando è arrivato il mio momento, la torta era finita. La barista però, con fare un po’ spazientito, va nel retro (come nel sogno scorso) per prenderne una nuova. Mi prepara il mio mio cappuccino, taglia una fetta di torta e con tazza e piattino in mano (di vassoi manco l’ombra) cerco un tavolo dove sedermi. Era mattina presto ma il locale era particolarmente pieno con anche gente che giocava a carte. Vedo dei ragazzi che si stanno alzando e mi dirigo verso quel tavolo. Uno di loro però mi si para davanti e con fare minaccioso mi dice che non sono il benvenuto in quel bar. Sono in tanti, io ho il mio piattino e il mio cappuccino e non mi sembra il caso di mettermi a discutere, per cui me ne esco dal bar e mi ritrovo in aperta campagna con l’erba altissima.

Mi sveglio, con un po’ di amaro in bocca, ma senza più voglia di cappuccino e brioche.

PS: non ho mangiato i peperoni ieri sera.

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Parliamo di spinning (politically uncorrect)

Chi mi conosce, anche solo virtualmente, sa della mia passione per gli sport in generale e di quella per lo spinning in modo particolare.

Pedalo indoor da molti anni e ho sempre apprezzato l’aspetto fisico e mentale di questa disciplina che ti porta a pedalare come un criceto, da fermo, all’interno delle 4 mura di una palestra a tempo di musica. Soprattutto l’approccio mentale ritengo sia fondamentale, per poterti chiedere quel qualcosa in più che ti fa uscire dalla tua comfort zone e finire la lezione stanco morto ma soddisfatto.

Nel corso degli anni ho incontrato tantissimi istruttori, molti bravi, altri meno e ne ho parlato in molti dei miei post (basta scrivere spinning nel motore di ricerca del mio blog).

Ma lui…

Lo chiameremo Lupo de Lupis.

Avevo già scritto di lui qualche tempo fa ma mi sento di dovergli dedicare nuovamente un post elencando i motivi per cui penso debba cambiare mestiere. Avrei potuto andare a fare 4 chiacchiere con il responsabile della palestra per lamentarmi, ma poi penso sempre che lui tenga famiglia e ci campi su questa attività. E poi personalmente non ho nulla contro di lui. Non è stronzo e nemmeno antipatico. Anche se inadatto, secondo me, a fare questo mestiere, è una brava persona.

Questo è il motivo per cui preferisco sfogare in questa sede le mie considerazioni scorrette su di lui.

Ecco quindi i 10 motivi per cui non mi piace pedalare con Lupo de Lupis

1) Assomiglia ad Alan Friedman. Intendo fisicamente e per un insegnante di spinning non è un gran biglietto da visita (però non parla come Stanlio);

2) Non tiene il tempo. O meglio, ogni tanto ci fa pedalare fuori tempo cosa che trovo abominevole per questa disciplina;

3) Usa i vezzeggiativi ad cazzum. Non puoi incitare il tuo gruppo uscendotene con frasi come “aumentiamo i battiti del cuoricino” o “alziamo il sederino dal sellino“;

4) Tiene il volume della musica troppo moderato. E’ come chiedere ad un DJ di non esagerare troppo coi bassi perchè potrebbe dar fastidio;

5) Si rivolge a noi parlando di signori e signorine. Anzi, mentre aspettavamo l’inizio della lezione mi ha detto “oggi dovrebbe esserci anche una principessa” intendendo che stavamo aspettando una donna che si era iscritta alla lezione;

6) Le sue sedute sembrano tranquille lezioni di catechismo. Nulla contro la catechesi, sia chiaro, ma un ambiente come quello della palestra ha bisogno di un vigore un po’ diverso per convincere 4 pirla come noi a pagare un abbonamento per sudare li dentro;

7) Indossa l’abbigliamento della btwin. Per chi ha avuto modo di andare qualche volta da Decathlon, la btwin è la linea di abbigliamento da ciclismo per principianti. Cazzo non dico che devi avere il completo ultimo modello, ma se sei un insegnante devi avere anche un look adeguato;

8) Le sue lezioni sono tristemente deserte. Su 18 bikes disponibili, al massimo siamo in 3 o 4 a pedalare. E’ come andare in discoteca e trovare la pista vuota, ‘na tristezza;

9) E’ egocentrico. Per carità sono l’ultimo che dovrebbe parlare da questo punto di vista, ma non puoi chiederci “di seguirti“. O meglio lo puoi fare se sei un istruttore coi controfiocchi, ma se sei Lupo de Lupis, non pretendere di essere il modello di riferimento, perché se vado a vedere la potenza con cui pedalo io e quella con cui pedali tu, sarai forse tu a seguire me e non il contrario;

10) Risponde al telefono. E’ vero che la lezione era appena iniziata, ma dal momento in cui parte la musica non esiste, nemmeno per una telefonata veloce. Mi danno fastidio quelli che lo fanno partecipando ad una lezione, figurati l’insegnante.

Quindi caro Lupo de Lupis, sia pur con simpatia, dammi retta: cambia mestiere.

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Ricordi onirici

Stanotte ho sognato, anzi ormai era mattina. Però non erano i soliti sogni di guerra che a volte mi allietano (emh) la notte ma qualcosa di diverso che provo a spiegarvi nella speranza che qualcuno possa darmi un’interpretazione (io sono negato).

In questo sogno ricevevo la visita di parenti e amici lontani, erano diverse famiglie e in totale eravamo 17 (così magari scappa qualche numero da giocare al lotto). Mi ero offerto di accompagnarli in una gelateria vicino a casa nostra dove fanno il gelato davvero buono. Una dei parenti però era stata categorica e di nascosto mi aveva dato 70 euro per pagare i gelati chiedendomi però di occuparmene io. Pazientemente mi metto vicino al bancone e uno a uno faccio da intermediario tra il gelataio e il parente di turno (grandi e bambini) che esprime i propri gusti e le proprie preferenze se lo vuole in coppetta, cono o cialda.

Il tutto mentre nel frattempo chiacchiero con alcuni di loro spiegando il mio lavoro, che cosa faccio, che responsabilità ho e che nella realtà sarei licenziabile senza preavviso ogni giorno. Una di queste mi da del paraculo, come se le stessi sparando grosse.

Nel frattempo, carinamente, una delle creature più piccole (la figlia di cugini) nel prendere il suo gelato mi macchia i pantaloni bianchi di cioccolato. Il papà fa spallucce e io qualche accidenti mentalmente lo tiro ma continuo a sorridere.

Arriva finalmente il mio turno. Ordino la mia cialda con crema, stracciatella e pane e nutella (un gusto buonissimo) e do i 70 euro alla gelataia che va nel retro per prendere il resto visto che in cassa non aveva gli spiccioli.

In quel momento con tempismo perfetto, suona la sveglia lasciandomi a bocca asciutta senza il mio gelato.

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Muovendosi nel fango

Sylvestrino è venuto qualche giorno da me per Pasqua per poi fare insieme ritorno a casa anche col nonno.

Una volta quando questo accadeva erano giorni di festa. Si rideva, si scherzava, si andava in giro.

Ora no, tutto è più pesante.

Si ride poco, si scherza ancor di meno. Io cerco sempre di fare lo scemo, il giullare di corte, per stemperare per far sorridere. Però è così difficile maledizione.

Giorno per giorno si va avanti, ma la sensazione è di muoversi in mezzo al fango. Ogni passo avviene lentamente, costa fatica. Si sprofonda sempre di più.

Lo guardo, in fondo a quegli occhi così belli quanto tristi. Ci vedo sempre il vuoto.

E’ terribile da dire ma penso sempre al peggio. L’altro giorno non mi rispondeva al telefono. Mi è venuta l’ansia. Quando sono arrivato in auto per prima cosa ho guardato sotto il balcone.

Poi sono entrato in casa e semplicemente dormiva, così profondamente da non sentire il telefono.

Odio le sigarette così puzzolenti che si ostina a fumare. Odio quando sbuffa se gli dico di fare qualcosa o gli rammento qualche impegno. Odio vederlo fermo, sdraiato sul divano invece che uscire, muoversi. Odio la sua lentezza, esasperante. Odio la sua mancanza di concretezza, la sua capacità di perdersi in un bicchiere d’acqua, la sua immaturità. Odio il suo nervosismo sempre così presente.

Si può odiare così tanto di una persona che si ama così profondamente? Del sangue del tuo sangue?

Perchè a lui cazzo. Perchè non a me?

Perchè stamattina quando l’ho portato a fare l’ennesimo esame del sangue lo salutavano tutti come se fosse una vecchia conoscenza? A 18 anni dovrebbe essere vietato andare in un ospedale se non per andare a visitare qualche parente.

Settimana prossima va via qualche giorno coi suoi compagni di classe, il viaggio di quinta a Palermo (in realtà nelle vicinanze). Dovrebbe essere una cosa bella, divertente, una di quelle cose che ricordi per sempre.

Ma so già che non sarà così. L’hanno organizzato malissimo dal punto di vista logistico, pratico. Un sacco da scarpinare e lui che sarà sempre stanco e nervoso, con se stesso e con gli altri.

Prevedo 4 giorni da incubo. Prevedo le sue crisi di nervi, le sue telefonate isteriche. Prevedo già la sua frase “io voglio tornare a casa”. Ma qui non posso prendere l’auto e passarlo a prendere nella notte per riportarlo a casa.

Sotto sotto vorrei che non partisse, che con una scusa qualsiasi dovesse dar buca. Non è giusto lo so, deve fare le sue esperienze e non può stare sempre sotto la nostra ala protettiva.

Sono combattuto, anzi tormentato. E questi passi che sprofondano sempre più nel fango…

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Un’eclissi lunghissima

Nei miei pensieri di corsa, il running rimane il mio momento di riflessione più gettonato, stavo pensando a quanto sia lunga questa eclissi. Si perché la sensazione è proprio quella. Puoi continuare a fare quello che facevi, apparentemente senza nessuno ostacolo particolare, mangiare, lavorare, camminare, vivere…però lo fai all’ombra, senza vedere mai la luce del sole. Sai che c’è, la puoi intravedere, ma non riesci a goderne.

Non ho mai cercato la felicità, mi sono sempre accontantato di una più semplice serenità. Però gli ultimi due anni sono stati davvero avari anche di questo obiettivo di ripiego.

Ciò che è successo a Silvestrino (ormai è maggiorenne mi fa un po’ strano chiamarlo ancora così) ha spazzato via quei momenti come nuvole in un giorno di tramontana.

E’ vivo, cosa assolutamente non scontata con quel che gli è successo, ma si è ritrovato, e noi con lui, una montagna di problemi da affrontare quotidianamente che stanno minando la sua e la nostra voglia di vivere. E’ come andare col freno a mano tirato. Una volta mi è capitato, con la vecchia 127 di mia mamma, di andare per parecchi chilometri col freno a mano tirato. Stavo rientrando da una licenza durante la naja. Da quella volta, i freni di quell’auto non furono più gli stessi. Ecco la mia paura è questa; Quella di non riuscire a ritrovare quelle sensazioni che, almeno ogni tanto, riuscivo a provare.

E vi dirò, non è tanto di me che mi preoccupo (alla faccia del mio egocentrismo cronico), quanto di Silvestrino. Io una vita, di riffa o di raffa, l’ho vissuta. Ma lui cribbio, ce l’ha ancora davanti tutta e non è giusto che la percorra con quel cazzo di freno a mano tirato.

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