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Il Komandante non delude mai

Che dire, non sarà stata certo un po’ di pioggia a rovinare la giornata.

Ho camminato e ballato (più di 20.000 passi).

Ho cantato e stonato a squarciagola.

Mi sono emozionato e anche commosso (meno del previsto comunque).

Ho partecipato a quella che è a tutti gli effetti una messa laica, una liturgia liberatoria.

Il panino faceva cagare, la birra si annacquava con la pioggia.

Però quelle due ore e mezza valevano tutto.

Mi mancava assistere ad un concerto. Ho fatto molto di più, l’ho vissuto.

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Non so se preoccuparmi

Sabato finalmente tornerò ad un concerto. Dopo oltre due anni riassaporerò quelle sensazioni, quei rituali, tipici di un grande concerto. Il Komandante mi aspetta in quel di Imola con un biglietto che ormai ho acquistato 3 anni fa.

Non vedo l’ora.

Tra i tanti rituali che precedono il concerto però ce n’è uno che prevede un periodo di full immersion nelle canzoni che andrò ad ascoltare (a riascoltare in questo caso). Quindi venerdì, durante il viaggio per far rientro a casa mi sono sparato per un paio d’ore una compilation di Vasco ovviamente cantata a squarciagola (fortunatamente senza pubblico).

Perché dovrei preoccuparmi allora?

Perché più di una volta, mentre ascoltavo, mentre cantavo, mi è venuto un groppo alla gola. Mi commuovevo e non metaforicamente, mentre le parole del Blasco mi facevano venire scorrere tante pagine della mia vita.

Una mia amica una volta mi disse che non importa chi tu sia, quanti anni tu abbia o quale fase della tua vita tu stia attraversando, ma nelle canzoni di Vasco Rossi ce n’è sempre qualcuna che sembra scritta per te.

Ed è proprio così.

Più di una volta mentre ascoltavo pensavo a cosa mi ricordava quella canzone, quelle parole. Quasi una sorta di bilancio della propria vita. A volte dolce, altre terribilmente amaro.

E il colmo è stato che mi sono commosso non solo per le canzoni, ma anche per le parole che il rocker di Zocca dedicava ai suoi fans. Quando ad esempio, durante “Alba Chiara”, al Modena park, incitava il suo popolo urlando “siete bellissimi…e ce la farete tutti!”.

Ecco, sono il primo ad essere consapevole che così non è. Che non tutti ce la faranno (per un terribile scherzo del destino una coppia che si stava recando al concerto di sabato scorso è stata vittima di un incidente mortale). Però è così bello sentirselo dire. E’ bello crederci, sperarlo ed illudersi che sia così.

E io sono preoccupato, perché ho paura di passare due ore e mezza a piangere come un cretino.

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Il sovversivo elegante

Lo definirei così Daniele Silvestri.

Sabato sono andato a vedere una tappa del suo tour dedicato ai suoi 25 anni di carriera artistica.

Mi è piaciuto.

Certo, non c’era l’atmosfera dei grandi concerti rock ai quali ho avuto la fortuna di partecipare in passato. L’atmosfera, se pur in un palazzetto dello sport, era molto più intima.

Però lui ha sfoderato 3 ore di performance (la prima volta che mi sia capitato), accompagnato da una splendida band di 9 elementi, disegnando una sorta di percorso che appunto rimanendo nei modi eleganti che gli appartengono, anche quando fa la parte del romanaccio, riesce a trasmettere un messaggio politico ben evidente col quale ovviamente mi trovo in perfetto accordo.

Molte delle canzoni che ha eseguito confesso non le conoscevo. Silvestri è un cantautore che mi piace ma per cui non ho una passione irrefrenabile. Però i testi, le sonorità, nonostante un’acustica discutibile, sono stati assolutamente godevolissimi.

E poi che diamine, come posso non provare simpatia per uno che si chiama Silvestri?

PS il primo video non è del “mio” concerto, ma rende l’atmosfera

Col secondo c’è il video della canzone (bellissima) per chi vuole sentirla con un audio migliore

PS2 Chi ha occasione di andarlo a vedere a Milano lo faccia perchè merita.

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Fe-no-me-na-li

Non hanno deluso le mie aspettative.

Due ore di concerto intenso come se fossero partiti dai bis finali.

Spettacolo puro, fatto di musica rock, chitarre distorte, batteria incalzante ma anche di effetti speciali, corieografie, luci, acrobati.

Una sorta di musical di fantascienza.

Mattew Bellamy si conferma uno splendido animale da palcoscenico ben supportato dal resto della band.

Due ore senza un attimo di pausa, passando per i loro classici e inevitabilmente lasciando indietro altri pezzi che avrebbero sicuramente meritato.

Da parte mia ho provato anche a registrare qualche immagine come ricordo di questo fantastico concerto, ma stando in mezzo alla bolgia del prato, c’era più da saltare e cantare, per cui la qualità che ho ottenuto è risultata davvero mediocre.

Provo a compensare con qualche video rubato da youtube della serata.

Dig down alla fine l’hanno fatta in versione molto acustic e devo dire che l’atmosfera di San Siro era davvero magica.
Supermassive black hole con il suggestivo intro di incontri ravvicinati
e l’incredibile mostro di Stockholm Syndrome
il finale con l’immancabile omaggio ad Ennio Morricone

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Aspettando i Muse

Pensare che fino al 2009 non sapevo nulla di loro. Li scoprii per caso, seguendo il cuore di una donna che invece evidentemente non ambiva al mio. Con una vena di ottimismo comprai con molto anticipo due biglietti per il concerto che fecero a San Siro nell’estate 2010. Pensavo di andarci con lei.

Invece no…così mi feci accompagnare da una mia amica che non sapeva nemmeno chi fossero i Muse ma con la quale mi sfogavo parlando di lei (lei quell’altra, non la mia amica).

Si insomma, c’è stato un momento in cui non ero così anafettivo.

Però qualcosa di buono quella donna me l’ha lasciato e da allora i Muse sono entrati nelle mie preferenze musicali.

Quello di domani sarà il loro terzo concerto che andrò a vedere. Quello che accomuna tutti i loro concerti è che vado sempre accompagnato da belle persone a cui, per motivi diversi, tengo molto.

Loro sono rock, chitarre elettriche distorte, batteria che picchia, ma anche pianoforte, archi, musica sinfonica.

Da ragazzo ero un fan degli Emerson Lake & Palmer. Oggi penso che i Muse siano il gruppo che ci assomigli di più.

Domani sicuramente suoneranno questa canzone, ma non penso nella versione acustica come qui.

Dai che ci divertiremo.

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La combricola del Blasco

Giovedì sono tornato a vedere Vasco in concerto. In realtà il verbo tornare è fuorviante, perché è vero che l’avevo già visto dal vivo, ma allora avevo 16 anni e lui era agli inizi di una carriera incredibile.

Era l’estate dell’82 (almeno mi pare) e lo stadio era quello di San Remo.

A San Remo poi ci sarebbe andato più volte al famoso festival della canzone, rimediando tra l’altro un penultimo posto con la canzone Vita spericolata.

Vita spericolata ora è nei bis a fine concerto, tra le canzoni mperdibili.

Tutto questo comunque per dire che Vasco mi piace ma non così tanto da aver visto qualcuno dei suoi tanti concerti nel recente passato.

Invece…eccoci qua (dite la verità, l’avete letto con la sua voce).

La mia “socia” era completamente a digiuno di concerti. Emozionata e spaesata come Alice nel paese delle Meraviglie è toccato a me il divertente compito di portarla nella tana del bianconiglio. La ringrazio per avermene dato la possibilità.

San Siro e la combricola del Blasco hanno fatto il resto.

Si perché se dello stadio ormai conosco la magia (anche un’acustica non perfetta a dire il vero), dei fan di Vasco ho scoperto la fratellanza.

Sembrava infatti di conoscere tutti, come una grande famiglia.

Una mia amica, presente anche lei al concerto, nel commentarlo mi ha scritto: Ho trovato un’atmosfera diversa dal solito, come stare in una grande famiglia, mille età e infinite generazioni. E’ comunque storia della nostra musica, di noi che anche senza volerlo, certe canzoni le abbiamo imparate a memoria non si sa come o quando.

Ed è vero. Sembrava di far parte di una cerimonia, tutti insieme a celebrare la vita. Si perchè per quanto possa sembrare paradossale, lui è lontano anni luce dall’immagine di vita spericolata che cantava negli anni 80.

Il concerto è stato stupendo. Una sequenza interminabile (quasi due ore e mezza) di canzoni, quasi tutte cantate a squarciagola da 60.000 fan.

Le sensazioni che ha lasciato quando si sono riaccese le luci dello stadio sono state bellissime.

Felice di aver partecipato a questa grande comunione.

Video preso da You tube. L’acustica è quello che è ma rende bene l’idea dell’atmosfera.

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Lo spinning i Depeche Mode e i polpacci.

Oggi la lezione di spinning in pausa pranzo mi è particolarmente piaciuta.

Oltre cinquanta minuti solamente coi Depeche Mode. Allenamento intenso con frequenti cambi di ritmo e potenza. Francesco l’ha chiamato power strenght. In pratica per tutto il tempo non c’è mai stato recupero.

Ho pedalato costantemente a livelli di potenza alti, ma devo dire che ci sono riuscito senza nemmeno troppa fatica. Il cuore non ha quasi mai superato la soglia aerobica e più di una volta mi sono ritrovato a canticchiare i brani del mio gruppo preferito.

Ho finito la lezione che ne avevo ancora. Osservando i volti dei miei compagni di viaggio, loro molto meno. Probabilmemente ero ancora gasato dall’atmosfera del Giro che sono andato a vedere sabato.

Addirittura ho anche seriamente pensato di bissare la sera con un’altra seduta in palestra. Poi ho saggiamente deisistito e sono andato a (tentare di) fare shopping. Avevo visto un abito da ufficio che mi piaceva. Era carta da zucchero, primaverile, mi piaceva un sacco. L’ho provato. La giacca cadeva benissimo. La vita era perfetta. Peccato per i polpacci…accidenti allo spinning.

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It’s a mad world

Saltando già alla conclusione finale devo dire che il concerto mi è piaciuto ma speravo meglio.

Loro i Tears for fears, uno dei gruppi più eleganti degli anni ’80 che conosca. Elegante penso sia l’aggettivo giusto, perchè unisce la bravura e il talento al fatto che le canzoni che hanno scritto riescano ad essere sempre raffinate, non banali, eleganti appunto.

Il pubblico non era certo dei più giovani ed io devo dire che non facevo certo eccezione, ma d’altronde la cosa era più che comprensibile.

Non avendo pubblicato un nuovo album in occasione della tournè, di fatto la loro era una riproposta di tutti i migliori brani del loro repertorio, il top per una band che ha iniziato a suonare quando io ero adolescente.

Le canzoni oggettivamente belle anche se lo spettacolo non era certo quello delle big band (almeno un po’ più dal grande schermo alle loro spalle però si poteva avere).


Con Everybody wants to rule the World sono tornato immediatamente ai primi tempi di videomusic (altro che Mtv o youtube di oggi), passando tra le altre per Sowing the seeds of love, la bellissima Pale shelter, l’indimenticabile Change, Mad world e la sofisticata Woman in chain.

Mi è piaciuta anche la tanto criticata Creep dei Radiohead (che non so perchè loro amino così tanto), per finire dopo un’ora e mezza circa con il loro cavallo di battaglia Shout.


Niente da dire, tutte ben eseguite e ben suonate con un allestimento abbastanza essenziale che puntava più alla musica che agli occhi.

Però…però speravo in qualcosa di più. E non parlo della scaletta corta, nonostante il loro ricco repertorio potesse piacevolmente allungare un po’ la loro performance. Parlo invece del fatto che non mi hanno trasmesso quella sensazione di unicità che i concerti dovrebbero dare. Non ho trovato arrangiamenti particolarmente ricercati per questo tour, se non forse per Shout (che però non mi è sembrato migliorare significativamente quello stupendo della canzone originale). La sensazione è stata quella di un compitino, ben svolto, ma che potenzialmente poteva dare molto di più.

Loro poi un po’ freddini, non proprio animali da palcoscenico. Un solo bis, tra l’altro con Shout che si sarebbe prestata facilmente ad una maggiore interazione col pubblico, visto che eravamo alla fine.

Spesso quando vedo un concerto penso alla sensazione che devono provare gli artisti quando davanti a loro si trovano un pubblico in delirio. A come, immagino, non vorrebbero finisse mai quel momento di orgasmo collettivo, tra il sudore sulla fronte, il cuore a mille e il fiato corto e le urla di migliaia di persone.

Stavolta invece non ho avuto questa sensazione, più da sveltina, casomai.

Nei gruppi dedicati su fb leggo in queste ore pareri contrastanti. Chi un po’ critico, come me e chi invece entusiasta. Ci sta ed il bello è come lo stesso evento possa trasmettere sensazioni diverse a persone diverse. In fondo facciamo tutti parte di un Mad world.

  • video preso da Youtube


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Pochi giorni ormai

Ho comprato i biglietti nel 2017 che manco fossero gli U2. Poi il concerto rinviato per motivi di salute e infine eccoci qui.

Li ho visti nel 1985, tra l’altro con la simpatica presenza di Loredana Bertè alle mie spalle che mi traduceva quel che dicevano.

Mi sono sempre piaciuti. All’epoca nelle mie preferenze se la giocavano coi Depeche Mode, tanto per intenderci e chi mi conosce sa quanto significhi questa mia affermazione.

Da settimane spotify è costantemente in programmazione con le loro canzoni in loop.

Ora ci siamo. Sabato finalmente riuscirò a rivederli al forum.

Questa non la suoneranno, anche se per me è una delle loro migliori.

Ve la lascio gustare, che a quest’ora della sera ci sta proprio.

I believe

That when the hurting

And the pain has gone

We will be strong

Oh yes, we will be strong

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Esperimenti

I manuali di pedagogia insegnano che il miglior modo per relazionarsi coi bambini è quello di abbassarsi fisicamente al loro livello per poterli vedere negli occhi alla pari.

Sylvestrino ormai non è più un bambino ma un adolescente “tipico” con tutte le sue contraddizioni, le sue convinzioni le sue paure e le sue lotte.

Prenderlo di petto penso sia uno sbaglio oltre che una fatica immane (ed è quello che continuo a ripetere a sua madre)

Cerco quindi di trovare un linguaggio comune, di “portarmi” al suo livello per poterlo guardare negli occhi proprio come insegnavano quando era bambino.

Non è facile però. Spesso è davvero un riccio chiuso. Nel suo mondo, nelle sue cuffiette e nel suo smartphone.

Ci sto provando con la musica.

Da una parte coinvolgendolo nella “mia” musica (e i numerosi concerti a cui ha assistito nonostante la giovane età ne sono la prova), ma allo stesso tempo cercando di capire la “sua” di musica.

Musica che è quasi esclusivamente quella dei rapper italiani.

L’uscita dell’album di Salmo (di cui lui è orgogliosamente fan) è stata l’occasione per provare a mettersi in gioco.

Eccomi quindi qui ad ascoltare quasi esclusivamente da qualche giorno l’album Playlist del rapper sardo.

Confesso che mi piace. Non avrei detto. Certo alcune di più e altre meno, però mi piace l’energia che trasmette e il contenuto per nulla banale dei suoi testi.

Per non rendere solo teorico questo esercizio, gli ho proposto anche un gioco. Io avrei preso, almeno per qualche canzone, il testo dei suoi brani e lo avrei spiegato a parole mie per iscritto, con quello che posso capire da vecchio cinquantenne. Lui dovrebbe fare lo stesso (ed è già un bel esercizio perchè lo costringe ad ascoltare ed a interpretare quello che capisce e di metterlo nero su bianco).

Poi confronteremo le nostre versioni.

Vi saprò dire.

Questa è il singolo ma credetemi ce ne sono molte altre davvero belle

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