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me la son fatta sotto

Domenica, con il gruppo dei pargoli e genitori andiamo in uno di quei parchi in in mezzo ai boschi dove fanno i percorsi avventura, quelli sugli alberi.

Mentre aspettiamo il nostro turno per indossare l’attrezzatura, Sylvestrino incomincia a manifestare la sua inquietudine. Lui non è mai stato spericolato e l’idea di arrampicarsi su quegli alberi non gli va proprio.

Però il biglietto l’ho pagato per cui mi fai il santo piacere di metterti l’imbragatura e ascoltare la spiegazione, dopodichè se vuoi stare giù a guardare gli altri fai pure...

Incominciamo i percorsi. I piccoli per conto loro seguiti a turno da uno dei genitori, e i grandi che si avventurano tra ponti tibetani, ponti nepalesi, carrucole e liane.

Ovviamente i percorsi sono con un livello di difficoltà via via crescente.

Nel gruppo, memore delle mie esperienze sui rollercoaster di Mirabilandia, passo per quello più impavido, il punto di riferimento.

Qui però al coraggio bisogna abbinare una discreta abilità e destrezza, che per quel che mi riguarda, nonostante la mia anima felina, non mi appartiene per nulla.

Mi sento molto giochi senza frontiere, e alla fine del secondo percorso, quello medio, con la maglietta intrisa di sudore gioco il jolly: “i bambini hanno fame….facciamo pausa!”.

Ci rifocilliamo commentando i passaggi più difficili e esaltando le imprese dei più piccoli. Anche Sylvestrino, passata la diffidenza iniziale ci ha preso gusto e non vede l’ora di tornare ad attaccare moschettoni e carrucole ai cavi d’acciaio.

Con la panza piena e con l’entusiasmo di un cappone alla vigilia di Natale, riprendiamo le nostre sfide.

Inizio il percorso “difficile”. Già la partenza con una scala di corda luuuunga e decisamente poco tesa, mi fa capire che le piadine hanno fiaccato oltre che il fisico anche lo spirito. Le gocce di sudore che copiose incominciano a imperlare la mia fronte ne sono la testimonianza.

Arrivo in cima, più o meno all’altezza di un palazzo di 3 o 4 piani. Ponte tibetano. Una fune sotto  piedi e una fune per reggersi con le mani. Si può fare, anche se la lunghezza del percorso è particolarmente impegnativa, almeno una ventina di metri.

Arrivo in fondo, mentre uno dei miei soci che mi precede (eravamo a quel punto rimasti solo in tre a sfidare il vuoto) incomincia ad anticiparmi da bastardo inside le “emozioni” dei passaggi sucessivi.

Arriva il mio turno, all’arrivo mancano solo tre passaggi. L’ultimo è una semplice carrucolata per riportarti a terra, non desta preoccupazioni. Ma prima un passaggio con tronchi appesi a funi, posti ad una distanza tale da dover richiedere un forte dondolamento del corpo per poter passare da un tronco all’altro. A seguire un passaggio che richiede una camminata su una fune con l’aiuto di un bilanciere.

Mi cago sotto. Al secondo tronco mi dico “ma chi cazzo me lo fa fare”. Torno indietro sulla piattaforma. Urlo a quello che stava iniziando il ponte tibetano di fermarsi e incomincio alacramente a ripercorrere  i 20 metri della fune in senso opposto.  A quelli che incrocio e che con lo sguardo mi interrogano spiego che non mi sento molto bene. Una palla bella e buona per non affossare ulteriormente il mio orgoglio ferito.

Gli altri miei compagni di avventure nel frattempo sono arrivati al traguardo e giustamente gongolano soddisfatti.

Tocco terra e a mio figlio che chiede spiegazioni cerco di impartire una lezione filosofica di come a volte bisogna saper perdere…nel frattempo alzo gli occhi e vedo una serie di ragazzini di 12 anni che passano indenni i punti critici che mi hanno sconfitto.

Cazzarola….ci devo riprovare quanto prima !!!

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coda…(non di gatto)

Ok lo sapevo. Il weekend non si prestava alla mobilità. Ma io avevo le mie partite da Beach tennis da fare e non potevo certo mancare per paura di un po’ di traffico?
L’andata non è stata traumatica. Solo un’oretta abbondante di coda in tangenziale a Milano mercoledì sera.
Ma il ritorno…..
E si che con il tempo variabile di ieri pensavo che il serpentone dei vacanzieri si diluisse, ma quando mi sono immesso in autostrada la domenica pomeriggio e mi sono inchiodato nella rampa d’ingresso, ho incominciato ad elaborare piani alternativi.
Con un mix tra navigatore satellitare e vecchie cartine della Deagostini, ho elaborato un percorso che mi portasse quanto più lontano possibile dalla A14, dalla quale sono uscito già a Rimini sud.
Poi puntando il cofano della mia catmobile su San MArino, mi sono addentrato nelle colline romagnole e li ho visto cose che voi umani…..
Ho visto stradine larghe a malapena quanto una smart,
rampe in salita da fare in prima manco fossimo sul’otto volante,
tornanti così stretti da richiedere almeno due manovre per essere violati,
trattori che lentamente tornavano da una giornata di aratura di inizio stagione,
strade bianche e polverose che passavano in mezzo a cascine mentre cani sonnacchiosi abbaiavano per partito preso.
Tutto questo pensando a “se si ferma la macchina non prende neanche il telefonino” ma consolandosi con un “però almeno non siamo fermi in coda”.
Poi col passare dei kilometri ci ho preso la mano, anzi il piede e l’andatura è divenuta rallystica, con gran piacere di Sylvestrino che addormentato sbalottava la testa a destra e a manca.
Alla fine però siamo arrivati a Bologna in “sole” 3 ore e 40.

Per non essere da meno però, anche il tratto Bologna Milano oggi è stato generoso, con un bel ribaltamento di Tir appena prima di Modena che mi ha fatto “riposare” e passare un altro pò di tempo in coda la mattina presto.

Insomma….coi treni non ci azzecco, con l’auto nemmeno….che debba organizzarmi con la bici per le mie trasferte estive?

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