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Il mio piccolo ricordo di Dario Fo

Ho avuto la fortuna di vederlo in teatro diverse volte. Mio padre mi ha fatto amare la sua ironia anche quando le battute non le capivo proprio tutte.

Non ho condiviso la sua scelta politica negli ultimi anni, ma rimane comunque un grande uomo di teatro e non solo.

Due le foto che mi rimangono in mente di lui, entrambe della fine anni ’70 o giù di li.

Palazzina Liberty di Milano, in largo Marinai d’Italia, dove Dario Fo aveva la sede della sua comune teatrale.

Paghiamo il biglietto, entriamo e lui è li che strappa i biglietti all’ingresso della sala e indicandoci dove accomodarci. Una volta finito, si avvia verso il palco e inizia lo spettacolo.

Penso che nemmeno nei teatri parrocchiali gli attori abbiano questa umiltà.

La seconda invece è a Sesto San Giovanni, allora la Leningrado d’Italia.

Inizia lo spettacolo, uno dei suoi tanti monologhi recitato coi pantaloni grigi e il dolcevita nero come abito teatrale. Anche in questo modo, senza assistenti, senza musica, era in grado di tenere il palcoscenico per ore.

Dopo un quarto d’ora arriva in platea una coppia trafelata in evidente  e imbarazzato ritardo. Lui si ferma, li fa accomodare e in 30 secondi ricapitola velocemente a loro (e nostro) uso il primo quarto d’ora di spettacolo, e va avanti, ovviamente tra gli applausi scroscianti del pubblico.

Ecco, so che ha vinto il Nobel, ha fatto dell’arte e dell’impegno politico la sua missione e ci sono mille e mille motivi per ricordarlo.

Il mio è questo.

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