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faccio cose, vedo gente

…in ordine sparso:

Sylvestrino ha fatto la sua gara. Mi ha fatto andare fino in Puglia per portarcelo. LA gara è andata benino, ha vinto con chi doveva vincere e ha perso con chi era più forte. Però si è divertito e si è fatto una nuova esperienza. Mi ha detto che anche per il prossimo anno vuole proseguire e ciò significa che gli piace questo sport. A me basta questo.

Al lavoro mi sono sentito fare un paio di complimenti nel giro di due giorni. Non pensate subito male, si tratta di colleghi e collaboratori. Il primo è uno di quelli che, in scadenza di contratto “sono riuscito a piazzare”. Nel salutarmi e nel ringraziarmi per gli anni passati insieme mi ha detto che sono un bravo capo, “perchè parli con le persone e non coi dipendenti”. Queste piccole perle valgono tanti gropponi amari che ogni tanto mi tocca ingoiare. Un altro invece mi ha semplicemente detto che avevo fatto un bel lavoro (una presentazione con delle analisi di dati…roba pallosissima). Però detto da uno che non è il mio capo e che non ha nessun interesse personale…beh, anche in questo caso mi ha fatto piacere.

A bologna, per la fiera del libro, c’era la solita umanità. Editori annoiati, giovani illustratori con tante speranze, fornitori indaffarati. Ho passato la mia giornata a parlare con gente da tutto il mondo. Nell’ordine: Korea, Cina, Usa, Scozia (ma davvero riesci a capire il suo accento?) Belgio, Polonia….Una torre di Babele editoriale.

Domani riprendo a tenere le lezioni al mio solito master. E’ sempre una bella esperienza quella di spiegare e parlare a un gruppo di neolareati curiosi. Hanno il futuro davanti e quella luce negli occhi che ancora brilla.

A proposito di luce negli occhi, Sylvestrino in questi giorni è qui con me per le vacanze di Pasqua. Cioè, in questo momento è coi nonni e sta facendo brillare i loro di occhi. Stasera me lo porto con me a beach tennis…”sappi che però non tiferò per te”….proprio vero…i figli so’ piezz’e core.

foto presa da percorsofotografia.blogspot.com

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Quella volta che con l’Oriana…

Avevo avuto modo di lavorare per realizzare i suoi libri diverse volte. Conoscevo bene il suo carattere e il suo temperamento, dai racconti dei miei colleghi che passavano le ore al telefono con lei. E poi le correzioni, tremende, sulle bozze, le avevo lette anche io. Però non avevo mai avuto modo di avere un contatto diretto, e conoscendo la sua fama, mi ritenevo fortunato.

Nel 2004 stavamo lavorando a quello che sarebbe stato il suo ultimo libro da viva, Oriana Fallaci intervista se stessa. C’era un dubbio su come dovevamo fare quel tomo, non ricordo se per il formato, la copertina o il tipo di carta. Fatto sta che mi ritrovai in mano quella che in gergo tecnico viene definita maquette, un campione in bianco del libro, per vedere come viene alla fine.

Lo portai al mio capo di allora, che in confidenza con l’autrice, avrebbe dovuto farglielo avere.

Entrai nell’ufficio del capo per consegnare il mio pacchetto e lui mi chiese di aspettare. Alzò il telefono, compose il numero e disse: “Oriana, ho qui il sig. Sylvestro della produzione con la maquette da mostrarti. Ora lo mando da te così ci puoi dare un’occhiata”.

Sbiancai. Lei in quel periodo era a Milano, in realtà a poche centinaia di metri dall’ufficio del mio capo. Confesso che l’idea di incontrarla mi mise in agitazione.

Ebbi poco tempo per pensarci, perché 5 minuti dopo stavo suonando al campanello della sua porta.

Ricordo che mi fece una strana impressione. Piccolina, con l’aria stanca, dimessa e la sigaretta consumata in mano. Pensai che se l’avessi incontrata al mercato rionale, mi avrebbe fatto tenerezza e mi sarei offerto per portarle il sacchetti con la spesa. La casa era buia, per via delle persiane chiuse, fumosa, col soffitto alto e imponenti librerie.

L’accento fortemente toscano, degno di uno scaricatore di porto. Non era gentile e io mi muovevo sulle uova.

Le mostrai la famosa maquette. Mi disse qualcosa sui risguardi…non le piacevano così com’erano.

Peccato che in quel libro, i risguardi non c’erano e io non capivo cosa non le andasse bene.

“Oh grullo, i risguardi !!!” mi urlò, “un sai che sono i risguardi???”.

Feci l’errore di dirle che in quel libro non c’erano i risguardi.

Non l’avessi mai fatto.

Prese quella maquette, l’aprì e mi mise sotto il naso urlandomi quello che per lei erano i risguardi….le alette della copertina, per poi tirarmelo dietro in malo modo.

Qualche secondo dopo mi ritrovai fuori dalla porta, col cuore che andava a mille e un libro in bianco su cui avrei dovuto lavorare alle alette.

Non mi capitò più di incontrarla, ma avevo qualcosa da raccontare ai nipoti.

https://i0.wp.com/static.guim.co.uk/sys-images/Admin/BkFill/Default_image_group/2011/7/12/1310484923318/Oriana-Fallaci-007.jpg

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luoghi comuni

Settimana scorsa ero in fiera e come è normale che sia, è stata l’occasione di incontrare persone da tutto il mondo con cui  normalmente faresti più fatica a relazionarti.

Quando ho questi “incontri condensati” mi piace poi provare a immaginare che tipo di vita sociale, così diversa dalla mia, si ritroverebbero a fare i miei interlocutori.

Ad esempio, il titolare di quella azienda cartotecnica tedesca, che tanto si sforzava di parlare in italiano dicendo ovviamente delle castronerie indicibili (ma io d’altronde a parte buongiorno e mi scusi non saprei proprio dire nella sua lingua), me lo immagino tornare a casa con una moglie rigorosamente bionda e in carne che prepara una cenetta a base di salsiccia, crauti e birra in una casa impregnata dagli odori del tabacco.

Oppure quell’indiano, tanto timido e dagli occhi gialli, me lo immagino camminare con abiti sgualciti, un po’ sudaticcio, nel caos del traffico locale, con mucche dispettose che causano ingorghi terrificanti.

Il cinese con gli occhiali invece, me lo immagino un po’ bastardo e feroce, tornare nella sua azienda a cazziare pesantemente i suoi collaboratori per una commessa non presa o per la produttività troppo scarsa.

E vogliamo parlare invece di quello yankee che si è presentato con una inguardabile camicia hawaiana? Già ce lo vedo, con il bar ben fornito di superalcolici a vivere in quelle megaroulotte tipiche americane, con una sacca da golf buttata li disordinatamente e l’aria condizionata sempre a manetta.

E’ proprio vero, è un attimo farsi dei preconcetti che facilmente possono diventare anche dei pregiudizi. Probabilmente loro mi immaginano a mangiare quotidianamente la pizza mentre un mandolino suona in sottofondo….

A voi è mai capitato di ritrovarvi a fare i conti dei dei falsi (o veri) luoghi comuni?

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Hallo nice to meet you

La fiera. Ogni anno è sempre li che ti aspetta.

Arrivi dall’autostrada e mostri il pass all’entrata del parcheggio, quello degli addetti ai lavori.

Il sole incomincia a scaldare tiepidamente. Tutti gli anni questa fiera segna simbolicamente l’inizio della primavera. Non mi ricordo un anno in cui ho dovuto usare l’ombrello o indossare un capo invernale.

Prima tappa il nostro stand. Si saluta i colleghi, si lascia la borsa nello sgabuzzino e, consultando l’agenda sul blackberry, ci si dirige al primo appuntamento.

Strette di mano, sorrisi, nice to meet you e bigliettini da visita consegnati con le due mani.

Presentazioni, “noi facciamo questo, noi facciamo quello. Ci chieda un preventivo”.

L’inglese arruginito che dopo poco torna a ad essere più fluenty.

Intanto si fa il giro dei soliti stand, dei soliti editori. Facce conosciute, molte, meno quelle a cui associare un nome o un cognome.

Copertine, libri, espositori, cataloghi. Se ci fosse un bambino impazzirebbe tra tutto questo ben di Dio, ma paradossalmente loro non possono entrare.

File di ragazzi. Tantissimi, con la cartella portadisegni sottobraccio in trepida attesa di quei 5 minuti di attenzione di un editore. Sembra di vederli al cast di qualche reality. Speranze illusioni, delusioni. L’età è quella giusta per accogliere queste emozioni. In bocca al lupo, ne avete bisogno.

Altri incontri. Altri appuntamenti. Altre strette di mano. “Qui in Italia ci vengo sempre volentieri. Si mangia divinamente “. Vagli tu a spiegare che i bucatini all’amatriciana e il limoncello non sono tipici di Bologna. Ma d’altronde a chi si beve un cappuccino dopo pranzo cosa vuoi spiegare.

Alle 15 hall 26 C28. Alle 15,30 hall 26 B10. Sembra di giocare alla battaglia navale sperando di trovare la portaaerei. L’appuntamento che ti permette di fare l’affare.

Il tempo passa, le gambe accusano la stanchezza. Pausa caffè. “Ti ricordi quella volta che…..?” Aneddoti, racconti. Qualche anno di esperienza se non altro ti permette di avere qualche freccia nel tuo feretro quando arriva quel momento.

Per oggi basta. Abbiamo dato.

Se non altro questa sera niente hotel.

Domani si rincomincia.

“Hallo, nice to meet you”

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