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Strane sensazioni

L’altro giorno mio padre ha fatto un piccolo intervento chirurgico. Nulla di grave, una banalissima ernia inguinale, che però l’ha costretto in ospedale per un giorno e poi a casa.

Ho passato quindi una simpatica giornata in ospedale e poi facendo un po’ da “infermiere” a casa.

La memoria non poteva non andare a due anni fa, quando in ospedale c’era mia mamma e quando fare da infermiere era ben più impegnativo. Anche dormire nuovamente a casa dei miei, che poi era casa mia, mi è sembrato strano. Quel letto, col materasso in memory foam, che di memory mi sembrava mi riportasse solo le dolorose sensazioni di quel periodo.

Fortunatamente in questo caso la cosa era molto più soft. Mio padre sta già meglio, anche se si lamenta perchè può mangiare solo minestrine in brodo. Domani mattina prima di partire per Bologna lo porto a trovare la mamma, visto che per un po’ non potrà andare in giro con la sua bicicletta.

Poi mi aspettano 4 giorni di vacanza…più o meno…

Nel frattempo mi hanno invitato al concerto dei Pearl Jam a giugno…non sono tra i miei preferiti, però i concerti mi piacciono, ci sto pensando.

E poi a maggio c’è la reunion dei Tears for Fears…quelli non me li voglio perdere. Li vidi già nel ’90 (almeno mi pare fosse quello il tour) e mi piacquero tantissimo. Piacquero l’ho scritto solo perchè mi riempie la bocca a rileggerlo. A Sylvestrino non glielo chiedo nemmeno. Manco lo sa chi sono…

Chi vuol venire (moto a luogo) alzi la mano.

 

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E’ passato un anno

Nonostante abbia una memoria da pesce rosso, ricordo ancora bene quella sera.

Mio padre mi aveva chiamato mentre stavo uscendo dall’ufficio…“vieni a casa che la mamma ha bisogno della morfina”.

Già, in quel periodo ero diventato infermiere, imparando anche a fare le iniezioni…io che alle iniezioni sono proprio allergico.

Corsi a casa, ma appena la vidi capii subito che eravamo arrivati al dunque. Le feci quell’iniezione nella speranza, non troppo convinta, che potesse realmente alleviarle un po’ il dolore. Nel frattempo mio padre tenacemente e testardamente continuava a cercare di far uscire il medico, lo stesso medico che al telefono mi diceva…“sua padre purtroppo non ha capito, è inutile che venga a casa sua. Mi spiace ma non c’è più nulla che possiamo fare”.

Ovviamente dovevo inventarmi una qualche scusa per mio padre che non voleva accettare quel verdetto.

Così mentre lui continuava a cercare qualche soluzione per farla guarire miracolosamente, io mi concentrai su di lei.

Cominciai a carezzarla, le mani, i capelli, il viso, delicatamente, probabilmente come non ho mai fatto con lei. La guardavo negli occhi sfoggiando il migliore dei miei sorrisi, con la speranza che dai quegli stupendi occhi blu, ormai stanchi, potesse avere l’immagine di suo figlio per quel suo ultimo momento.

Ero ancora in giacca e cravatta, non avevo avuto il tempo di cambiarmi, anzi, ricordo che dovevo andare in bagno ma la tenevo nella paura di non essere li “in quel momento”.

Passai il mio tempo a sorriderle e a parlare, dolcemente, lentamente. Lei ovviamente non poteva rispondermi, ma in cuor mio sono convinto che le mie parole potessero esserle di sollievo.

Il tempo pareva essersi fermato. Ormai a casa, oltre a mio padre, c’era mia zia, mia cugina, mio zio…se fossimo stati cattolici avremmo pregato, forse mia zia lo fece anche…invece eravamo li, in silenzio, a parte me che continuavo a parlarle e mio padre che chiedeva quali medicine poteva prendere, non accettando fino all’ultimo quello che stava succedendo.

Nei film i registi, per rendere più chiara la lettura della scena allo spettatore, mettono sempre una macchina attaccata al malato che fa ping, ping, ping….fino al piiiiiiiiii finale.

Li invece non c’era nessuna macchina che fa ping…solo il suo respiro che lentamente si faceva più lungo, più lento, più faticoso….fino a interrompersi, per sempre.

Stamattina ho accompagnato mio padre di prima mattina al cimitero. Poche parole fra noi, occhi lucidi, il nostro modo per salutarla, anche oggi.

Ciao Mamma.

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Ho provato vergogna

Mia madre sta un filo meglio. E’ ovviamente sempre ricoverata, perennemente sotto flebo e col sondino al naso ma almeno la sua bile e tornata a stare tranquilla e lentamente sta cominciando ad alimentarsi con un po’ di brodo.  Lo dico perchè so che siete in molti a chiedermelo e vi ringrazio per l’affetto dimostrato.

Evidentemente non era ancora questo il suo momento e, come un gatto che si rispetti, deve avere anche lei 7 vite (con questa ne ha già consumato un paio).

Riflettevo su un pensiero fatto nei giorni scorsi.

Era domenica mattina, lei era ancora parcheggiata al pronto soccorso e stava malissimo.

In quel momento ero seduto in uno dei corridoi adiacenti, in perfetta solitudine, visto che solo un accompagnatore poteva assisterla e in quel momento c’era mio padre.

Era molto presto, fuori era ancora buio, e io ero li, preoccupato, assonnato, con la mente piena e lo sguardo vuoto. Ricordo che a qualche metro di distanza c’era la saletta dove il medico di turno faceva le TAC per i casi urgenti. Questo medico doveva essere un rocckettaro perchè aveva la radio su Virgin radio con i Queen a tutto volume. Visto il contesto e l’orario era davvero surreale.

Nel tirar fuori l’iphone dalla tasca dei pantaloni per controllare se c’erano dei messaggi devo aver premuto inavvertitamente il tasto Siri che con la sua suadente voce femminile mi ha gentilmente chiesto:

Come posso aiutarti?

Ecco…io non l’ho detto, ma l’ho pensato. Ho pensato…portatela via con te e non farla più soffrire.

Ho provato vergogna per quel pensiero e mi sono ritrovato a singhiozzare, mentre Freddy in falsetto cercava qualcuno da amare.

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della puntualità del Natale e del fisico di mia madre

Perchè il nostro fisico, o meglio, quello di mia madre, non ha un calendario, con le foto del nipote e le festività stampate in rosso.

Il fisico di mia madre conosce solo un calendario che giorno per giorno scandisce le sue funzionalità…dormi, ti svegli, mangi, cammini, parli, leggi…

Il fisico di mia madre è sempre stato forte, quello di una parrucchiera, che non si ammala mai se non, proprio proprio, di lunedì. Ma ora non è più quello di prima. Il fisico di mia madre ora continua a consentire le stesse attività di prima, ma con più fatica.

Si dorme poco, si cammina con le stampelle, si legge meno, non perchè ci si vede meno ma perchè la mano, che tiene il libro, trema.

E ora anche mangiare diventa un problema.

Mia mamma da settimane fa fatica a degluttire, mangia sempre meno e quel che mangia spesso lo rivede dopo qualche minuto rigurgitato in una tazza di gabinetto…se ci arriva in tempo.

Tra i mille esami fatti sembrava che la causa fosse un’ascite, la formazione di liquidi nell’addome. Con un drenaggio il problema dovrebbe risolversi in qualche modo.

Ma come ho detto il fisico di mia madre è beffardo, perchè ci porta nel day ospital oncologico che già da solo meriterebbe una bella riflessione…e dopo ore di attesa e di visite la rinuncia del medico a fare il trattamento.

Non è quella la causa.

Disfagia, questa è la parola nuova che ho imparato nel mio vocabolario oggi. L’incapacità di degluttire e assimiliare cibi più o meno solidi.

Domani torniamo in quell’ospedale per parlare nuovamente col medico, quello che la cura da un po’, e capire quale sarà il nuovo percorso.

Io stupidamente pensavo a un menù di natale che fosse “semplice”, ma temo che mia madre non sarà più in grado di avere alimenti solidi, ancorchè semplici.

So che sia io che mio padre avremo, all’insaputa l’uno dell’altro, googlato le stesse parole per capire cosa ci aspetta e soprattutto cosa aspetta a mia madre.

Lei ovviamente è stanca. E’ stanca di essere stanca, di prendere 20 pastiglie al giorno, di conoscere il nome dei figli di tutte le infermiere del reparto oncologico di Niguarda…più semplicemente è stanca di vivere così.

Da figlio sdrammatizzo, ironizzo, ci scherzo sopra per farla reagire, mi riesce anche bene fortunatamente…ma da figlio suo, la capisco bene, farei esattamente gli stessi pensieri al suo posto.

E questo mentre in ufficio passano tutti a salutare, a fare gli auguri, a invitarti per un ultimo brindisi e ricordarti che per tutti gli altri, o forse per tanti altri, siamo alla vigilia di Natale.

 

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