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Il pensiero mi tira scemo

Ci sono due cose che se ci penso mi fanno diventar matto. Il concetto del tempo e quello dello spazio.

Partiamo dal tempo.

La terra, con tutta la sua storia, che noi conosciamo più o meno bene per gli ultimi 6.000 anni, si è formata, anno più anno meno, 4,54 miliardi di anni fa. Pensate se fossero soldi. L’umanità possiede la conoscenza per seimila euro (manco una Panda), quando il patrimonio sul piatto è di 4 miliardi e mezzo. Ma non basta.  L’universo intero, prodotto dal big bang (che non c’entra nulla con la gang bang, anche se in entrambi i casi c’è stato un gran casino), risale a 13 miliardi e rotti di anni fa. Immaginate ora che la storia conosciuta, dalla mesopotamia in poi, sia la popolazione di un paese con circa 6.000 anime, che potremmo tranquillamente far accomodare al forum di Assago per un concerto nemmeno di cartello. Ecco la storia dell’universo invece sarebbe rappresentata da più del doppio della popolazione umana.

Ma se già questo concetto così sembra incredibile, quello che non riesco proprio ad immaginare è: Ma prima? Prima del big bang? Cosa c’era? E da quanto tempo c’era? Chi ha fatto partire il cronometro?

 

Ma non basta.

Parliamo ora dello spazio.

Se ci fosse una navicella spaziale capace di viaggiare alla velocità della luce (circa 300.000 km al secondo, ossia 8 volte il giro del mondo in un secondo), per attraversare il diametro dell’universo, ci impiegherebbe 92 miliardi di anni.  Cioè 13 miliardi di anni per crearlo e 92 miliardi di anni per fare un coast to coast….e poi? Cioè arrivati all’orlo dell’universo, cosa ci sarebbe più in là? Il muro di Trump? Una voragine come quella dei terrapiattisti? Un cartello con su scritto “torno subito”?

Ecco, se ci penso divento matto a pensare quanto piccoli e insignificanti siamo, coi nostri problemi, le nostre esistenze, le nostre ambizioni.

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luoghi comuni

Settimana scorsa ero in fiera e come è normale che sia, è stata l’occasione di incontrare persone da tutto il mondo con cui  normalmente faresti più fatica a relazionarti.

Quando ho questi “incontri condensati” mi piace poi provare a immaginare che tipo di vita sociale, così diversa dalla mia, si ritroverebbero a fare i miei interlocutori.

Ad esempio, il titolare di quella azienda cartotecnica tedesca, che tanto si sforzava di parlare in italiano dicendo ovviamente delle castronerie indicibili (ma io d’altronde a parte buongiorno e mi scusi non saprei proprio dire nella sua lingua), me lo immagino tornare a casa con una moglie rigorosamente bionda e in carne che prepara una cenetta a base di salsiccia, crauti e birra in una casa impregnata dagli odori del tabacco.

Oppure quell’indiano, tanto timido e dagli occhi gialli, me lo immagino camminare con abiti sgualciti, un po’ sudaticcio, nel caos del traffico locale, con mucche dispettose che causano ingorghi terrificanti.

Il cinese con gli occhiali invece, me lo immagino un po’ bastardo e feroce, tornare nella sua azienda a cazziare pesantemente i suoi collaboratori per una commessa non presa o per la produttività troppo scarsa.

E vogliamo parlare invece di quello yankee che si è presentato con una inguardabile camicia hawaiana? Già ce lo vedo, con il bar ben fornito di superalcolici a vivere in quelle megaroulotte tipiche americane, con una sacca da golf buttata li disordinatamente e l’aria condizionata sempre a manetta.

E’ proprio vero, è un attimo farsi dei preconcetti che facilmente possono diventare anche dei pregiudizi. Probabilmente loro mi immaginano a mangiare quotidianamente la pizza mentre un mandolino suona in sottofondo….

A voi è mai capitato di ritrovarvi a fare i conti dei dei falsi (o veri) luoghi comuni?

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