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The dark side of the moon

L’ho vista l’altra sera.

Roger Waters in concerto, proponendo uno spettacolo, perchè di spettacolo si può parlare, che aveva nei classici dei Pink Floyd la parte principale.

Non voglio parlare tanto del concerto dal punto di vista artistico, quanto dal punto di vista emotivo.

Un tuffo negli anni ’70. Ricordo ancora quando scoprii “veramente” per la prima volta i Pink Floyd. Fu solo con The wall. Avevo 14 anni. Non potevo permettermi il disco per cui mi feci registrare una cassetta da un amico e disegnai la copertina con un rapidograph.

Oggi è quasi difficile farlo, ma allora si ascoltava un album dall’inizio alla fine. Era un viaggio, un film, un racconto. A maggior ragione con The wall.

Il concerto mi ha lasciato le stesse sensazioni. Quelle di un racconto, con un suo inizio, quasi paradossale, un suo svolgimento, con un messaggio di fondo e una sua fine, spettacolare e a sorpresa.

I bassi potentissimi, che ti entravano nelle viscere. Le immagini, a volte forti come un pugno nello stomaco, altre psichedeliche come un film degli anni ’70. Non mi sono mai fatto una canna, ma probabilmente in questo caso ci sarebbe stata.

Forse avrei visto ancora meglio la parte oscura della luna.

 

 

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le atmosfere di Paris

Giornata piena, riunioni discusse in francese, in inglese, in italiano, gesticolando con le mani come solo noi sappiamo fare. Il primo tiepido sole di fine inverno scompare fra i tetti. Il rientro in albergo, via la cravatta, un paio di jeans e fuori, 4 passi lungo la Senna per raggiungere la metrò che ci porta nel cuore del 6° arrondismont. La cena è in un bistrò, mentre un onesto bordeux ci accompagna nei nostri discorsi….il lavoro, le ferie che farai quest’anno, i francesi che a rugby ci sono due spanne sopra…. Raggiungiamo il dessert ed un caffè che, nonostante sia “seret”, lascia molti rimpianti. Gli occhi sono stanchi, lo sguardo non tradisce. On và a l’hotel…..Ecco il metrò, è di quelli con le porte che si aprono ancora con la manovella. Sono le 23 ma è pieno, si fa fatica a sedersi. Frotte di ragazzi col tipico cappello verde vanno a festeggiare San Patrick. Si aprono le porte all’ennesima stazione con le piastrelle bianche, sale lui, giacca in pelle, capello lungo, le rughe intorno agli occhi che tradiscono qualche anno di esperienza in più di me. In una mano ha una fender e un amplificatore nell’altra. Lo appoggia vicino all’ingresso guardandosi intorno, per studiare la platea di questo viaggio, di questa carrozza. Partono le prime note mentre il treno emerge dalla sotteranea per salire sulla sopraelevata. Un sorriso di intesa con il collega conferma che il brano è proprio quello. Ci è andata bene. Di solito troviamo solo rom che con la fisarmonica che storpiano le sonate più famose della Parigi turistica. Le fermate si susseguono lentamente, mentre la voce intonata di questo strano Dave Gilmour rende il suo omaggio a Syd Barret coprendo con le sue note lo stridore delle ruote sui binari. Le luci della città scorrono fuori dai finestrini appena cinque metri sotto di noi. Solo i riflessi dei lampioni sull’acqua lenta del fiume mi ricordano che è arrivato il momento di scendere. Mercì Paris, anche questa sera sei stata generosa.metro-paris.jpg

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