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La rabbia di Mattia

La tangenziale era deserta e i fari freddi dei lampioni disegnavano ritmicamente ombre e luci sul parabrezza della sua auto sportiva. Il motore spinto al limite del contagiri tentava inutilmente di far sentire il suo rombo, sovrastato dai bassi che uscivano prepotentemente dalle casse.

Mattia fumava nervosamente mentre pensava a quello che avrebbe fatto non appena lo avesse avuto davanti. Non era la prima volta, ma giurò su dio che sarebbe stata l’ultima.

Sua sorella l’aveva chiamato mentre era al pub con gli amici. “Vieni qui subito, papà ha bevuto e mamma…”

Non c’era bisogno che proseguisse. Sapeva che sarebbe finita con le mani alzate da lui e con gli occhiali da sole indossati da lei, anche solo per andare a comprare il pane nei giorni a seguire.

Ma questa volta sarebbe stata l’ultima. Glielo avrebbe detto una volta sola. E se non avesse preso immediatamente la valigia uscendo per sempre di casa e dalla loro vita, lo avrebbe convinto con le cattive. In realtà sperava che andasse proprio così. Sentiva il bisogno di fare andare le mani, di vedere il sangue, di avere giustizia, per stasera e per le altre mille volte in cui avrebbe già dovuto fare quello che era giusto fare, se non si fosse fatto convincere da sua madre a lasciar perdere.

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V come vendetta

Ultimamente mi è capitato di parlare di questo sentimento. Si perchè alla fine è un sentimento e come tale, al pari dell’amore, è guidato da motivazioni a volte incomprensibili e spesso ineluttabili.

Ha gli effetti di una droga, capace di appagarti e sballarti in un primo momento, ma con effetti devastanti a lungo termine.

Ne parlo con cognizione di causa. Mi è capitato di subirla, ma soprattutto, mi è capitato di agirla.

E’ terribile.

Quando subentra la vendetta, ti si annebbia la vista, non riesci a vedere le cose per quello che sono nella realtà. La mente percepisce la tua sete di vendetta come unico stimolo prioritario, facendo passare in second’ordine tutto il resto. Sei disposto anche ad annientarti pur di portare a casa il tuo obiettivo.

Spesso chi si sta vendicando riesce ad essere consapevole delle conseguenze dirette, ma difficilmente riesce a valutare quelle indirette, i “danni collaterali”. La vendetta infatti non è un fucile di precisione, ma una bomba che colpisce chiunque si trovi nei paraggi, oltre al bersaglio a cui è indirizzata.

Mi è capitato in passato di perpretare la mia vendetta. Ho agito d’istinto, senza pensare troppo…e ho clamorosamente sbagliato, facendo del male anche a chi si è trovato a passare nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ne è valsa la pena? No.

Potessi tornare indietro mi comporterei diversamente.

Però la capisco la sete di vendetta. La comprendo e non mi sento di giudicarla. Rimane comunque sempre una debolezza, un errore, spesso irreparabile, che non si dovrebbe commettere.

Diverso è quando godi delle cadute del tuo nemico. Quando, dopo aver subito, lo vedi cadere nelle buche che lui stesso ha creato. Ma in quel caso è il destino, il fato, il karma, ad essere artefice e mandante. Tu hai solo avuto la pazienza e la fortuna di vedere galleggiare il cadavere del tuo nemico nei flutti del fiume della vita.

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della speranza e delle 7 vite di mamma gatto

In questi giorni non ho scritto. Non me la sentivo. I medici non ci davano speranza e mia madre stava (sta) ogni giorno peggio.

Sabato, dopo aver passato tutta la giornata in ospedale (passo ormai più tempo li che fra le mura domestiche), esco un attimo per una veloce scappata a casa, ma non faccio tempo ad arrivarci che mi chiamano…”Syl vieni qui”. Tre parole dette in maniera perentoria. Non ho manco chiesto cosa era successo, e ho passato quei 10 minuti per ritornare rivedendo tutta la mia vita con lei, da quando mi teneva per mano a quando io tenevo lei per mano.

Mi precipito in corsia, senza salutare nemmeno gli infermieri che ormai conosco abbastanza bene…la trovo sul letto, con una maschera d’ossigeno…ma viva.

Una piccola ischemia, ci spiegherà più tardi la dottoressa, ma intanto penso che con questa siamo arrivati a quota 3 con le vite spese.

Ovviamente la situazione non è certo migliorata, anzi e tralascio le sensazioni e gli stati d’animo vissuti da mio padre e me…ma ieri ci hanno acceso una speranza.

“abbiamo deciso di fare una terapia ormonale intramuscolo…ce l’ha consigliato il primario”.

La felicità di questa inattesa speranza (anche se le probabilità di efficacia sono comunque basse) fa accendere però un dubbio: “perchè solo ora?”

E in effetti scopriamo che è solo grazie ad un intervento di un amico medico, che conosce il dott. tizio che a sua volta conosce il dott. caio che improvvisamente si prova ancora questo tentativo.

Ma mi chiedo…ma se non avevo l’amico medico che conosceva tizio e caio…porca troia. E intanto sono passati 20 giorni da quando lei è stata ricoverata.

Abbiamo sempre avuto la massima fiducia nella struttura pubblica di Niguarda che ritengo assolutamente all’avanguardia. La fiducia se la sono guadagnata sul campo in questi ultimi 5 anni con i risultati ottenuti anche con terapie sperimentali sul mia madre…e questo senza aver mai avuto nessuna corsia preferenziale.

Ora confesso che la fiducia è venuta un po’ meno. Ma questa è la parte vuota del bicchiere. Io ora voglio solo concentrarmi su quella piena, piena di speranza.

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Ieri sera

Ieri sera ho fatto il lungo.

Domenica, complice la sangria della sera precedente, non c’ero riuscito.

Ieri sera, prima di andare a correre, avevo un po’ di rabbia in corpo. Evidentemente quando capita riesco a rendere di più, visto che ho fatto 16 km in un tempo per me veramente ottimo.

E anche se il cielo era coperto, faceva caldo e umido.

E anche se faceva caldo e umido, gli ultimi 4 chilometri li ho fatti ancor più veloci.

E se fossi partito per farne 21, avrei battuto il mio record sulla mezza maratona.

Devo trovare il modo di arrabbiarmi alla vigilia della maratona quest’autunno.

Però questa canzone è in testa alla mia playlist personale…

 

 

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Ieri mi sono iscritto alla Venice marathon

Mai tempismo fu peggiore di questo.

Leggo dal corriere stamattina:

Martin era un bimbo di Dorchester, quartiere residenziale circondato dal verde, qualche chilometro a sud del centro della città. Il piccolo, figlio di un maratoneta, era corso al traguardo per abbracciare il padre, William Richard, che si stava approssimando alla linea d’arrivo. Una giornata radiosa, una festa di famiglia, fino all’esplosione di quella bomba riempita di tondini di ferro. Progettata per stravolgere la fisionomia di una città parata a festa. Tra le 140 persone ferite nell’esplosione ci sono anche la sorellina di Martin – che secondo la stampa americana avrebbe perso una gamba – e la madre, Denise.

Penso a mio figlio e mi viene il magone….

Ma che mondo gli stiamo consegnando?

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