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Delle regole del blog e dei libri belli

Quando ho aperto il blog mi ero dato poche semplici regole da seguire.

Almeno un paio di post alla settimana, non troppo lunghi da leggere in un paio di minuti e corredati con un video, meglio se con una foto.

Ecco…sulla prima regola sto marcando veramente male.

Non è che non ho cose da dire…ma è la testa per trasferirle nero su bianco che manca.

Comunque oggi, con lo spirito di un autore un po’ scazzato che deve per contratto consegnare un testo da pubblicare al suo editore (devo fare qualcosa per il mio ego che sta diventando bulimico), vi parlo di uno dei libri che ho letto recentemente.

L’ultima settimana di settembre di Lorenzo Licalzi, autore che io amo.

E’ la storia di un rapporto, tra un nonno che pensava di non aver più nulla da dare ed un nipote quindicenne che non sapeva di poter dare così tanto.

Il tutto on the road, come nei migliori film, con un cane ingombrante, un’auto d’altri tempi e tanti personaggi che definirli di contorno è riduttivo.

Licalzi ha la capacità di far ridere e commuovere nell’arco di poche righe e in questo romanzo ci è riuscito benissimo.

Se vi piace leggere e lasciarvi toccare dai sentimenti, ve lo consiglio vivamente.

Io nel frattempo penso con ansia ai 35 km che dovrò farmi domani per allenamento. La mia tabella di marcia su Venezia procede tutto sommato bene e domani svalico il punto più duro di questi mesi di preparazione.

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Archiviato in Amore, libri, me myself and I

di X-factor e dei padri biologici

Che c’entrano direte voi? C’entrano c’entrano.

Ho scoperto qualche mese fa che mio padre, non quello vero, quello biologico che non vedo da quando ero minorenne, ha un profilo su Facebook.

Poche cose, una sua foto, una ventina di contatti. L’unico che conosco è quello di mio zio, solo perché ricordo di quando ci andava mia mamma, visto che era parrucchiere. Gli altri suoi contatti sono assolutamente sconosciuti a me. Molti sono di ragazzi….cugini? Nipoti?

Io non so perché si sia aperto un profilo FB. Non so praticamente nulla di lui, ma non penso sia molto tecnologico. Forse ha qualche nipote che l’aiuta, che gli dice come collegarsi, cosa guardare e dove leggere dei saluti che gli mandano.

Comunque da quando ho fatto questa scoperta, mai un contatto e a dire il vero non so nemmeno se si sia mai accorto che esiste uno che porta il nome di suo figlio.

Settimana scorsa però lo zio mi chiede l’amicizia. Gliela do, ma anche qui, nessun contatto. Non un messaggio, un post, un qualsiasi cenno di riconoscimento. Solo un +1 sulle richieste di amicizia e poi basta.

Archivio mentalmente la cosa, fino a ieri, quando consultando distrattamente FB dal telefonino sotto l’ombrellone, vedo il segnalino rosso delle notifiche. Penso a qualcuno che avrà commentato una delle mie solite foto che posto stupidamente e invece….c’è un nuovo like sul tuo post “pronostici su X-factor 2013” da parte di padregatto Sylvestro.

Ecco…ora ne ho la certezza. Si è accorto di me. Mi avrà riconosciuto? Penso di si. Mettere un like su un mio vecchio post, su X-factor di due anni fa, sarà il suo goffo modo modo di farmi sapere che c’è? O semplicemente avrà cliccato per sbaglio mentre curiosava sul mio profilo?

Comunque da ieri sto pensando….e adesso?

Dovrei contattarlo io? O dovrebbe farlo lui? O è giusto che come abbiamo fatto per oltre 30 anni ci si continui ad ignorarsi allegramente?

Tra l’altro la cosa buffa è che ormai sistematicamente quando entro nel regno di Zuckemberg vedo il suo volto tra le “Persone che potresti conoscere”. Ecco, forse in questo caso dovrebbe esserci scritto “persone che dovresti conoscere”...o meglio ancora “persone che dovrebbero conoscere te”.

Perché io di lui non so praticamente nulla, ma sono sicuro che nemmeno lui conosca alcunché di suo figlio, quello biologico.

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Archiviato in figli, il gatto syl, me myself and I, Senza categoria

del beach tennis e delle lezioni di vita

Mercoledì Sylvestrino ha fatto un torneo di Beach tennis. Era quello padri e figli.

Io non c’ero, ero a Milano. Ha preso un papà in prestito per giocarlo, un conoscente che viene nella stessa nostra spiaggia. Ci ho riso sopra…un po’ nervosamente però.

Sabato sera invece ha fatto un’altro torneo. Quello riservato ai bambini…pardon…ragazzini.

Stavolta c’ero, almeno a vedere.

Ho cercato di dargli qualche consiglio, qualche dritta..batti sul rovescio a quello a sinistra, non forzare la battuta, usa il pallonetto…cose così insomma…dopo un po’ però ha incominciato a guardarmi male. Lui e il suo compagno stavano perdendo 4 a 2.

Alla fine comunque sono stati bravi. Hanno tenuto duro e hanno rimontato e vinto al tie break.

Ero felicissimo, più per come hanno rimontato che per la vittoria in se.

Mentre gli porgevo però l’asciugamano a fine partita, riempiendolo di complimenti, lui serio mi ha guardato dicendomi: “Si però piantala di dirmi cosa devo fare. Questa è la mia partita e questo è il mio torneo”.

Sentirselo dire da un decenne, sangue del tuo sangue….ammetto di esserci rimasto male.

Però dall’incontro successivo mi sono messo un po’ in disparte, facendo il tifo ovviamente e applaudendo, ma evitando qualsiasi suggerimento, cosa che il papà del suo compagno del resto non è riuscito a fare.

Ha vinto anche quell’incontro, qualificandosi per le eliminazioni dirette e arrivando fino agli ottavi e ai quarti di finale dove hanno perso con una coppia oggettivamente più forte.

Hanno giocato comunque bene ed erano soddisfatti della loro prestazione, come noi padri del resto.

Però quella frase…

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La convivenza in comunità

Mi sembra di essere tornato indietro di venticinque anni. La compagnia. Un gruppo di ragazzi che condividono il tempo libero, i sabati sera, il bar, dove andare a ballare. Cose così insomma.
Allora nella complicata rete di relazioni, quello è insieme a quella che però è amica di quella che prima stava insieme con quell’altro, c’era sempre un filo conduttore, inesorabile.
Quelle che litigavano erano le donne.
Si, lo so, c’è molto luogo comune in quel che dico…però chissà come mai, 5 lustri dopo, con persone diverse, conosciute in un recente passato, in un’altra città, anzi in vacanza, le donne litigano e gli uomini mediano.
E si che come mediatore io valgo proprio poco!

Se le donne fossero ministri, anzi ministre, degli esteri, avremmo già avuto la 3° guerra mondiale, ma forse anche la 4° e la 5°.

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