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Della Sagrada Familia e delle opere incompiute

Non nego che l’esito della partita di ieri abbia influito, insieme alla giornata uggiosa, al mio stato d’animo odierno.

Si lo so, è solo un gioco con 22 giovanotti in pantaloncini che inseguono un pallone, però è l’ennesima porta in faccia che la squadra per cui tifo riceve nella sua eterna riconcorsa a quel trofeo tanto agognato che è la Champions.

Si perchè diciamolo, ormai non ne possiamo più di tutti quegli scudetti se poi non riusciamo, almeno una volta ogni morte di papa, a portarci a casa quel trofeo così maledetto per noi.

Però rimarrà un’opera incompiuta.

E così mi sento io oggi.

Non c’è un motivo vero e proprio. Anzi.

Non è la prima volta che ne scrivo su queste pagine, ma d’altronde, se non sfrutto il potere terapeutico di un blog in queste occasioni, quando mai lo faccio?

E così, guardando distrattamente la partita della Roma, penso a Barcellona e all’opera incompiuta di Gaudì, trovando delle similitudini con la mia esistenza.

Eternamente incompiuta.

Magari anche interessante, forse sotto certi aspetti anche bella. Penso, sia pur poco modestamente, di aver qualcosa di interessante dentro di me e questo non è cosa da poco…però rimango sempre un’opera incompiuta.

Ce ne faremo una ragione.

 

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Quando è FB a farti parlare dei libri

Ho sempre considerato FB solo come una vetrina per il mio blog, un modo per condividere con più persone i miei pensieri.

Questa volta però è accaduto il contrario.

Un post scritto su FB all’interno di un gruppo, mi ha dato l’occasione di parlare un po’ di me, del mio lavoro e di conseguenza della mia passione, i libri. E allora perchè non ripostarlo qui?

So che sembrerò presuntuoso…ma ho lavorato nei libri dal 1989 fino a due anni fa. Per chi non lo sapesse mi occupavo della produzione (cosa che tutt’ora faccio ma non per i libri), la stampa, la carta e fin dal principio avevo la buona usanza di portarmi a casa  quel che facevo.
Negli ultimi 15 anni poi, l’ho fatto per una grossa casa editrice e conseguentemente ricevevo una copia campione per ogni novità ed ogni ristampa che facevamo. Fate conto più di 800 novità e 1.500 ristampe circa ogni 12 mesi.
Moltiplicate questi numeri per 15 lunghi anni e avrete un’idea di quanti libri sono passati tra le mie mani.
Purtroppo questa sorta di bulimia mi ha fatto diventare un po’ inappetente, un po’ come un pasticcere che non sopporta più i dolci.
I libri sono diventati per me degli oggetti, carta stampata, a prescindere magari dal loro contenuto.
Sono stato costretto a iniziare a selezionare, a tenere quelli che avevano un valore particolare per la storia che si portavano dietro, almeno per me.
Ho un libro della Mazzucco che mai leggerò ma che per il fatto che mi ha fatto sudare per quelle oltre mille pagine da stampare e rilegare, conservo ancora.
Ho una tiratura limitata, in occasione dell’anniversario di Valentino, con un’orribile confezione kitsch che però non darei via per nulla al mondo.
Ho un numero speciale con i fumetti di Paperino che penso mi abbia fatto venire i primi capelli bianchi e mi abbia fatto perdere una partita della Juve in coppa dei campioni (allora si chiamava così).
Ho libri con dedica fatti da autori che ho avuto la fortuna di conoscere. Uno su tutti La Rabbia e l’Orgoglio di Oriana Fallaci, a cui sono distante anni luce come idee ma di cui ammiro la forza e caparbietà (talmente caparbia che quando la conobbi mi sbattè fuori di casa…ma va be, questa è un’altra storia).
Ho conservato i thriller, poi i romanzi che mi incuriosivano, i libri divertenti, quelli con una copertina originale o quelli talmente originali che ancora oggi non ho ancora capito (Codex di Serafini ad esempio).
Ho libri per bambini e ragazzi che mio figlio non ha mai cagato nemmeno di striscio (e cazzo, non riesco proprio a farlo appassionare alla lettura).
Ho cercato di riempire con le più robuste delle librerie casa mia, ma alla fine sono un ammasso indistinto e confuso di libri colorati che nel 90% non riuscirò mai a leggere.
La mia libreria è piena e disordinata, come lo sono i miei cassetti e la mia testa.
Nel primo caso, mi riprometto di dedicarci tutto il tempo necessario quando magari andrò in pensione (ammesso di andarci).
Nel secondo cerco di separare i sogni dai calzini. Nel terzo invece è una battaglia persa. 😉

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Dell’amore e dei pinguini.

Oggi ho letto il post di un mio amico blogger. In questo post racconta un amore finito e non per scelta sua.

Probabilmente avrebbe voluto scrivere un post rabbioso, pieno di rancore, per sfogarsi contro di lei. Apparentemente ci è riuscito, ma io ci ho visto invece una stupenda lettera d’amore.

Lui in questo momento sta soffrendo, tanto. Lo si percepisce molto bene dalle sue parole, dallo stato d’animo che traspare da ciò che mostra.

Però, per quanto paradossale sia l’affermazione che sto per fare, io lo invidio.

Si lo invidio.

Lo invidio perchè l’intensità di quel sentimento è incredibile. Lo invidio perchè nonostante non sia un ragazzino, ha la purezza di un ragazzino.

Lo invidio perchè ha un cuore sano, tonico, vivo, sicuramente che soffre, ma che sotto quello strato di sofferenza lascia intuire una voglia di vivere che ormai, io, non penso proprio di potermi più permettere.

Io ho provato quello che ha provato lui. E l’ultima volta è stata fatale. Da allora ho eretto una corazza impenetrabile per quel genere di sentimenti.

Oggi io posso flirtare, coccolare, affezionarmi, parlare, ascoltare, scopare, usare, una donna, ma non voglio più amare e soprattutto non voglio più essere amato.

E ci riesco anche piuttosto bene, mi vanto del mio modo di essere anaffettivo.

Però mi sembra di stare in un purgatorio, in una landa deserta, arida e piatta.

Certo, sono io il primo artefice, il carceriere di me stesso in questa gabbia dorata. Un detto dice “chi è causa del suo male pianga se stesso” e io non posso che confermare la verità di queste parole. E’ quello che voglio. Non fare danni (perchè amando ne ho causati tanti) e cercare di non subirne.

Però quando vedo chi è diverso da me, chi è ancora capace di provare dei sentimenti così intensi, di amare…beh un po’ di invidia c’è. Il coraggio di provare a volare pur sapendo che si può anche cadere.

Io sono come uno struzzo, un tacchino, un pinguino, un uccello, che per l’evoluzione darwiniana, ha disimparato a volare.

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Settimana un po’ così

Se mi prendessi la briga di andare a rileggere nei miei post un po’ down chissà quanti ne troverei di questo tenore.

La settimana non è stata positiva. E la cosa inquietante è che non è dipesa da un fatto, ma da tanti fatterelli, che presi singolarmente non dovrebbero causare assolutamente ripercussioni sul mio umore in tal modo, ma che evidentemente sommati riescono ad avere un effetto un po’ più dirompente.

In modo particolare la telefonata ricevuta (in realtà sollecitata) col cacciatore di teste. Immaginavo già cosa mi dovesse dire e il suo esordio “Purtroppo….” me ne ha dato la conferma. Anche se la motivazione mi fa rabbia, perchè mi ha confermato che l’azienda è comunque interessata a me ma la figura che dovrei sostituire, già in pensione da un po’ e con un contratto di consulenza, non ha intenzione di lasciare e loro non voglio prendere la cosa di petto lasciandolo al suo posto. Mi fa rabbia perchè ci rimetto io in questo caso e perchè ci sono milioni di persone che stanno lottando e protestando per ottenere un diritto, la pensione, che lui bellamente calpesta.

Ce ne faremo una ragione, anche se sotto sotto ci spero ancora (never give up).

In compenso è uscito l’ultimo lavoro degli U2. Lo sto ascoltando e quando ho risentito questa, ascoltata la prima volta al concerto di Roma, l’adoro, soprtattutto per il crescendo finale. Mi è venuto un groppo alla gola. Forse era meglio una grappa…

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Come in una telenovela

Di quelle brasiliane…anche i figli piangono potrebbe intitolarsi, giusto per sottolineare il melodramma.

Però la puntata di oggi ha avuto un colpo di scena.

Il grande incontro, quello che tutti gli spettatori attendevano da decine di puntate, alla fine non c’è stato.

Non perchè non me la sentissi, anzi, ormai ero pronto e volevo togliermi questo dente. Però era meglio che lo sapesse prima mio padre.

Tante cose ho nascosto in passato, potrei scrivere un libro di scarso successo su come si fa, e alla fine stavo facendo lo stesso anche con lui, temendo chissà quale reazione, o solo anche il timore di ferirlo.

Il confronto con gli altri, ascoltare, leggere….mi ha aiutato a capire e ad evitare un errore che stavo per commettere.

Ho chiamato quindi il mio padre biologico e ho addotto una scusa per rinviare il nostro incontro. Ho percepito nel suo tono la delusione, ma dopo aver aspettato più di 30 anni, penso possa aspettare ancora qualche giorno.

Poi ho annullato la prenotazione in pizzeria e ne ho fatta un’altra al mio ristorante preferito, da mio padre, quello vero.

“si ma c’è quello che hai mangiato ieri sera, sappilo”

Va benissimo…le tue zucchine ripiene erano proprio buone.

Così sono andato da lui e gli ho parlato del mio biologico che mi ha cercato e che vuol vedermi.

“E’ normale. Arrivati a una certa età è normale voler sistemare i conti lasciati in sospeso. Non mi meraviglia che voglia vederti”

E lo ha detto con la naturalezza e la serenità che sempre gli ho invidiato.

Poi abbiamo parlato di calcio…ma almeno ora posso affrontare più serenamente il mio passo successivo.

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PS: ma vogliamo parlare della prima a sinistra? E di quella in rosso?

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dei più e dei meno…

PIU’ i biglietti per gli U2. Ci sono riuscito abbastanza facilmente, ma leggendo poi come è andata al resto del mondo devo considerarmi proprio fortunato. Io e Sylvestrino saremo il 15 luglio a Roma. Ma lui lo saprà solo a scuola finita…se sarà promosso. (certo che coi Coldplay…cazzarola)

MENO Sylvestrino ha fatto il suo torneo di beach tennis è ha preso delle gran legnate. Di per se questo non rappresenta una cosa negativa in assoluto per carità, capita. Quello che non mi è piaciuto molto è vederlo senza grinta, senza voglia di lottare. Entrava in campo già battuto. Odio fare il papà che soffia sul collo al figlio per vedere realizzati i suoi sogni e non quelli del figlio (anche se so di essere il classico papà da questo punto di vista), ma ho sempre ritenuto lo sport in generale una grande metafora di vita e vorrei che lo fosse anche per lui. Diciamo che c’è da lavorarci…e farlo con mio figlio è cosa buona e giusta.

PIU’ Sono andato alla festa di compleanno di un mio carissimo e storico amico. E’ stato bello festeggiarlo, anche se c’era così tanta gente che sono riuscito a “godermelo” poco…sembrava di essere ad un matrimonio. Però poco male…ora ci organizzeremo una delle nostre “solite” seratine fra noi (pochi) amici, fatte di vino, chiacchiere e gambe sotto il tavolo.

MENO Sabato ho approfittato della mia permanenza a Milano per farmi un bel lungo…il percorso era bellissimo, lungo il naviglio della Martesana. Avrei dovuto farmi 27 km….quindi andare verso fuori milano e ai 13 e mezzo girarmi sui tacchi e tornare indietro. Invece ho voluto fare lo sborone…visto che stavo bene sono arrivato fino ai 15. Poi ho preso la strada del ritorno, ma dopo qualche chilometro ho cominciato a rallentare. Insomma…ho preso una cotta vera e propria. Gli ultimi 3/4 chilometri un supplizio. Trenta portati a casa ma sensazioni negative. Il percorso per i 42 di inizio aprile è ancora lungo.

PIU’ Il lavoro. In realtà non non ci sono novità particolari. C’è da lavorare ma non ci sono stati episodi particolarmente significativi, nel bene e nel male. Visti i tempi va considerato un più.

MENO Il rapporto tra mio figlio e sua madre è ogni giorno sempre più conflittuale. Avendo a che fare con un ragazzo che sta entrando nell’adolescenza (o forse c’è già dentro) non è certo una cosa strana. Però mi ritrovo sempre più spesso a dover fare da pompiere ai loro litigi, a distanza. Lo trovo frustrante e aumentano i miei sensi di colpa per non poter essere li a gestire, a mediare, a supportare. Posso solo farlo telefonicamente…o aspettare i weekend. Però domenica li ho fatti ragionare…e da un paio di giorni vedo una tregua…speriamo regga.

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Stai a vedere che Windows me la conta giusta

Ogni sera, quando finisco la mia giornata lavorativa spengo il computer e ogni sera, quando ciò avviene, il computer mi da un messaggio che ammetto ho sempre sottovalutato.

Stai a vedere che c’ha ragione lui…

 

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Dunque…

dove eravamo rimasti?

Ci sono periodi che vanno un po’ così. Non perchè non ci siano cose da raccontare…c’è una vacanza passata sulle spiaggie della Grecia, c’è un giro del mondo all’Expo, ci sono allenamenti per le gambe e per la testa, c’è la spada di Damocle perennemente appesa sul soffitto del mio ufficio, c’è mia mamma con i suoi alti (sempre meno) e bassi, c’è un padre fantasma, o forse non c’è, c’è un Sylvestrino che cresce ogni giorno di più, ci sono le letture estive che hanno saputo, in qualche caso, farmi ridere e commuovere… e ci sono i pensieri.

Non sono le materie prime che mancano, ma la voglia di cucinare.

Per stasera patatine e birra…domani chissà.

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Mi piacciono le ciliegie

Mi piace il loro colore, rosso, passionale.

Mi piace il loro sapore. dolce e intenso.

Mi piace la loro forma, tonda, piccola, da giocarci con le labbra e con i denti.

Mi piace anche il nocciolo, da spolpare meticolosamente e sputare senza ritegno.

Mi piace quando sono in coppia. Da bambino si appendavamo dietro le orecchie a mo’ di orecchino.

Mi piace la quantità. Ne mangi avidamente una dietro l’altra, compiacendoti del colore, gustandone il sapore, giocandoci con la bocca e sputandone il nocciolo.

Mi piace il ricordo che lascia, con chi le hai mangiate, in quale occasione.

Solo un piatto vuoto,  infine, può mettere a termine il piacere della ciliegia.

https://i1.wp.com/sardegna-in-rete.leviedellasardegna.eu/wp-content/uploads/2014/05/Ciliegia-Sardegna-Sagre-inizio-giugno-2014-in-tutta-lIsola.jpgPS: avevo le balle girate e ho pensato a qualcosa di dolce per farmela passare.

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Un lungo fortissimo abbraccio

Avrei tante cose di cui parlare ma poca testa per farlo.

Colgo allora l’occasione per un tema che nasce da un libro letto recentemente, Un lungo fortissimo abbraccio di Lorenzo Licalzi.

A parte che lui lo adoro per la sua ironia, ma in questo romanzo sviluppa un tema di cui poter chiacchierare sotto l’ombrellone nei prossimi mesi al mare: L’immortalità.

La storia si svolge in un futuro in cui l’età media dell’uomo supera i 100 anni ma dove talvolta, una malattia degenerativa, colpisce i tessuti corporei degli uomini lasciando però intatto il cervello.

Ecco quindi che il nostro protagonista, in maniera sperimentale, si presta ad un trapianto mai tentato prima, quello del cervello nel corpo di un altro uomo.

Ci ritroviamo quindi con un cervello ottantenne nel corpo di un giovane ragazzo ventenne, donatore appena deceduto, con una serie di risvolti non trascurabili. Primo fra tutti quello di avere una moglie, di cui peraltro è ancora innamorato, che continua ad avere settant’anni e che si ritrova ad avere per casa un giovinotto scambiato dai più per un giovane toy-boy.

Inoltre un’esuberanza fisica, tipica di quell’età giovanile, accompagnata però dall’esperienza di un uomo che la vita l’ha vissuta ampiamente.

Ecco, pensavo allora al fatto che, forse, ammettendolo a denti stretti, sarebbe il sogno di tutti noi. Poter rivivere in un corpo “giovane” con l’esperienza di uomo maturo.

Di prima battuta avrei detto che per me non è così, che sono fiero dei miei pochi capelli brizzolati delle mie maniglie dell’amore e del mio mal di schiena che si presenta puntuale con l’umidità. Però questo mio inseguire la forma fisica, voler correre le maratone, giocare a beach tennis buttandomi nella sabbia come un ragazzino…beh, non sono in fin dei conti un voler fermare o almeno rallentare le lancette del mio organismo biologico?

Che poi d’altro canto, a vent’anni non avrei mai potuto e soprattutto voluto affrontare una maratona, non ne avrei avuto la testa e la determinazione.

E perchè faccio questo? Solo per poter essere “meglio” degli altri nella mia miglior forma di antagonismo (io di più), o per poter sognare di poter riportare indietro le lancette e far prendere alla mia vita un percorso diverso da quello che ha preso che gli ho fatto prendere?

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