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Aspettando i Muse

Pensare che fino al 2009 non sapevo nulla di loro. Li scoprii per caso, seguendo il cuore di una donna che invece evidentemente non ambiva al mio. Con una vena di ottimismo comprai con molto anticipo due biglietti per il concerto che fecero a San Siro nell’estate 2010. Pensavo di andarci con lei.

Invece no…così mi feci accompagnare da una mia amica che non sapeva nemmeno chi fossero i Muse ma con la quale mi sfogavo parlando di lei (lei quell’altra, non la mia amica).

Si insomma, c’è stato un momento in cui non ero così anafettivo.

Però qualcosa di buono quella donna me l’ha lasciato e da allora i Muse sono entrati nelle mie preferenze musicali.

Quello di domani sarà il loro terzo concerto che andrò a vedere. Quello che accomuna tutti i loro concerti è che vado sempre accompagnato da belle persone a cui, per motivi diversi, tengo molto.

Loro sono rock, chitarre elettriche distorte, batteria che picchia, ma anche pianoforte, archi, musica sinfonica.

Da ragazzo ero un fan degli Emerson Lake & Palmer. Oggi penso che i Muse siano il gruppo che ci assomigli di più.

Domani sicuramente suoneranno questa canzone, ma non penso nella versione acustica come qui.

Dai che ci divertiremo.

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Pensieri

Sto trascurando un po’ questo blog.

Non perchè non abbia voglia di scrivere, ma semplicemente perchè sono in un momento in cui sono abbastanza sereno (con tutte le normali eccezioni che possono esserci) e probabilmente non sento così vivo il bisogno di sfogarmi con questo mio diario.

Tra l’altro questa cosa mi spinge invece ad osservare e prestare più attenzioni ad altri temi più politici e sociali e in questo momento, ce ne sarebbe davvero bisogno.

Però non ho voglia di parlarne stasera. Anche perchè mi risulta più facile parlarne, argomentare, dibattere, che scrivere e basta.

Per ora va bene così.

faro

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Tempo di bilanci (e di bilance)

Cosa mi lascia questo 2018?

Strano ma vero un po’ di serenità, che fa rima con felicità ma è ben diversa. Magari ne riparlerò in un post dedicato.

Serenità perchè penso di aver accettato quel che sono e quel che ho, senza rimpianti per quel che non ho e senza troppe ambizioni per quel che non avrò.

Se ci penso è davvero un passo importante.

Ho mollato con la corsa. Non completamente ma quasi. Per la prima volta da quando ho iniziato a correre non ho fatto nemmeno una gara. Un po’ mi manca lo ammetto, ma mi ero stufato. Tutti quei passi, quella fatica, quella dedizione. E ho mollato anche col beach tennis. Anche li ormai mi pesava l’allenamento del martedì, a prendere pallettate a destra e a manca.  Mi sono buttato invece con la palestra. Spinnig il mio primo amore, ma poi anche altre cose, nuoto, corsi…insomma per variare un po’. E finora sono soddisfatto. Tre o 4 sedute la settimana riesco a farle, anzi, ne farei anche di più ad avere il tempo.

Fisicamente comunque quest’anno, più degli altri, ho sentito la pesantezza del tempo che passa. L’agilità in modo particolare più che la resistenza. Continuo a scontrarmi col vorrei ma non posso. Lo sento quando corro o faccio esercizi, ma anche quando mi alzo dal divano, meno agile di prima, o solo quando salgo le scale, con più attenzione ma in maniera meno arrembante. Faccio fatica ad accettare questo punto di non ritorno, anche se sono consapevole della cosa.

Sul lavoro è stato un anno davvero intenso, incasinato, ma fortunatamente senza troppi mal di fegato. Ho trovato la mia dimensione, magari usando meno power point ma sbadilando di più in prima linea. Il telefonino è diventato una protesi aggiunta e il carica batterie un accessorio salvavita. Va bene così tutto sommato. Certo, se avessi un’opportunità per cambiare la coglierei al volo…col nuovo anno devo riprendere a seminare un po’.

Con gli affetti ho raggiunto, anzi confermato, il punto di equilibrio. Sicuramente criticabile da chi crede ancora nella famiglia (li invidio) e nell’amore (non li invidio). Sono ben voluto (cosa non di poca importanza per un egocentrico come me) e riesco a volere bene nel modo in cui penso sia giusto. Non il massimo anche in questo caso, ma un compromesso accettabile.

Ho imparato a dire le cose per quello che sono, a mentire di meno (suvvia un minimo sindacale mi sarà ancora concesso, no?). A volte non è facile, perchè le parole che dico possono anche far male, non essere quelle che si vorrebbe sentire. Però complessivamente penso sia un bene, per me e per chi mi sta intorno.

Mi sono ritrovato in un gruppo di facebook in cui mi pare di essere in famiglia. Confesso che non mi era mai capitato, di divertirmi, confidarmi, aprirmi così tanto con persone sconosciute che alla lunga non sono più state così sconosciute. Forse sono più predisposto io…o forse sono stato fortunato. Non so…però va bene e ringrazio tutti i compagni di avventure del gruppo.

Con gli amici, quelli di vecchia data, mi sono perso un po’ di vista. Non c’è stato un motivo vero e proprio per cui ciò è avvenuto, però è andata così. Questo mi spiace e cercherò di mettere, nei buoni propositi del nuovo anno, quello di riallacciare un po’ i rapporti.

Sylvestrino è diventato un giovane uomo. L’adolescenza è così faticosa ma così incredibile per il cambiamento che porta. Sta crescendo bene, sia pur con qualche scivolone di tanto in tanto che però penso sia normale alla sua età. Spero continui su questa strada e mi auguro per lui in futuro un mondo migliore di quello che intravedo io.

La società nella quale viviamo mi fa paura. Ogni giorno vedo un briciolo di intolleranza in più. Non una svolta decisa, ma piccoli segnali che paradossalmente passano più inosservati o meglio più tollerati. E soprattutto non vedo nessuno che possa avere la forza e il carisma per fare sentire il dissenso. Siamo diventati un popolo che non urla ma scrive, che non si informa ma crede ciecamente, anche a quello che non è vero.  Sembra di essere tornati indetro di decenni e ci vorranno altri decenni per poter tornare al punto in cui eravamo.

Ho letto poco. Ma è sempre così. Vorrei legger di più ma riesco solo in parte. Però 5 o 6 libri dovrei essere riuscito a portarli a termine e questo fa di me, nonostante tutto, un forte lettore per il mercato editoriale italiano.

Ho viaggiato. Finalmente, dopo tanti anni, sono tornato a volare sopra un oceano e vedere posti, almeno in parte, nuovi. E comunque lo erano di certo per Sylvestrino. So che ha apprezzato quello che abbiamo fatto, ma sono sicuro che apprezzerà ancor di più col tempo.

Coi concerti anche per il 2018 non mi posso lamentare. Depeche Mode per l’ennesima volta, Roger Waters con tutto il repertorio dei mitici Pink floyd, e ancora U2 per finire in bellezza. Certo mi sono saltati i Pearl Jam e i Tears for Fears che sono slittati a quest’anno, ma nel complesso non ho di che lamentarmi.

Il mio genitore biologico non l’ho visto ne sentito. Penso continui a seguirmi discretamente dai miei post su FB. Io non l’ho cercato e lui, dopo qualche tentativo, ci ha rinunciato a sua volta. Anche in questo caso, va bene così. Ho un padre, non biologico, che vale molto di più e questo basta e avanza. Anzi, di mio padre sono proprio contento dell’equilibrio che lui si è trovato. Ha ripreso a vedersi con i suoi vecchi amici, a correre, ad avere mille impegni. La festa per i suoi 70 anni è stato l’incoronamento della sua rinascita da quando la mamma ci ha lasciato.

La memoria sta peggiorando. Ma anche questo fenomeno penso sia ascrivibile al lento declino fisico di cui ho già parlato qualche rigo sopra.

Ho ripreso anche a scrivere qualche racconto sul mio altro blog. Nulla di particolare per carità, però mi sono divertito e credo di continuare a farlo. Come tanti milioni di persone penso sempre che un giorno potrei anche illudermi di scrivere un libro…ma lasciamo che rimanga un pensiero. Non ne avrei ne la capacità ne la pazienza. Se trovo un po’ di spazio nei cassetti infilo questo pensiero li, tra le calze spaiate e le mutande che dimentico di prendere.

Penso di aver detto, pardon, scritto tutto, ma di sicuro mi starò dimenticando qualcosa. Pace.

Intanto auguro anche a voi che avete sempre la pazienza e la voglia di leggermi di iniziare l’anno nuovo con i migliori propositi e tanto sesso droga e rock’n roll.

Ci sentiamo l’anno prossimo.

anno

 

 

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Delle Nuvole e degli auguri di Natale

Ieri ho rivisto in TV un film con Geroge Clooney: Tra le Nuvole.

Il film mi piace un sacco anche se trasmette un’amarezza incredibile. Un uomo che per lavoro gira gli Stati uniti per licenziare gente e che per sopravvivere a questo peso taglia completamente i rapporti affettivi col resto del mondo, pur riuscendo ad essere brillante e affascinante come solo il protagonista della pellicola sa fare.

Poi incontra lei, che ha una vita molto simile alla sua. Intesa, feeling, sembra essere la donna che gli fa svoltare la vita, però….

Non so, non vorrei andare oltre per non spoilerare chi non ha ancora avuto occasione di vedere questo film. Quello che però posso dire è che mi ci sono ritrovato molto, sia in lui che in lei (no, non intendo dire che con la gonna starei bene…).

E alla fine del film, mentre le nuvole tornano ad essere protagoniste dei titoli di coda, mi ritrovo a pensare allo zainetto di cui il nostro tagliatore di teste parla nelle conferenze a cui partecipa. (…più lenti ci muoviamo, più velocemente muoriamo).

E non so per quale strano automatismo mi viene in mentre mio padre, quello naturale, di cui più volte ho parlato in questo blog.

Dopo il nostro incontro di un anno e mezzo fa non ne ho fatti seguire più altri, nonostante me li avesse chiesti.

Ora immagino proverà a telefonarmi in questi giorni, o a scrivermi. E non so cosa fare.

Educatamente rispondo o faccio quello che ha fatto lui per oltre 30 anni ignorando la chiamata?

Istintivamente sarei propenso per la prima ipotesi, ma poi ho paura che diventi un “dovere” da espletare nelle feste comandate. Ho paura che torni a chiedermi di vederci e che debba dirgli gentilmente che non voglio, che un padre ce l’ho e che non ho spazio per due nella mia vita.

Ecco perchè vorrei risvegliarmi domani al 2 di gennaio…forse troverei uno zainetto più leggero.

 

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Dei figli e del loro cammino

PREMESSA: Normalmente è quel che scrivo in questo diario (che tutti chiamano blog) ad alimentare la mia pagina FB. A volte però capita il contrario, come in questo caso. Ecco perchè un innocente hastag in un gruppo mi ha ispirato queste parole che però vorrei fissare anche tra queste pagine (ovviamente condividendole con voi).

Vedere crescere Sylvestrino, per quanto a volte faccia paura e costi fatica è un’autentica magia.
Cos’altro potrebbe essere infatti il poter assistere alla trasformazione di un essere di tre chili scarsi in un adolescente che sta imparando a diventare uomo.
Ovviamente con le sue contraddizioni, gli incidenti di percorso, i drammi e le gioie che l’enfasi del momento accentua ma che poi il tempo riesce a rimettere nella giusta posizione. Ed è normale credere di vedere in lui quello che eri tu alla sua età e sbagliare clamorosamente. Perchè se in lui c’è di certo una parte di te, non solo nei cromosomi ma negli insegnamenti, è anche vero che lui non sarà mai te, grazie a dio. Lui avrà la sua strada da percorrere e tu puoi al massimo insegnargli a camminare.

L'immagine può contenere: una o più persone e scarpe

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Riflessioni

A volte le mie sinapsi si mettono improvvisamente in moto nei momenti più impensati e  a riguardo di temi piuttosto alternativi.

L’ultimo esempio l’ho avuto stasera, mentre di ritorno dalla doccia dopo la mia consueta seduta di spinning mi rendevo conto di essermi dimenticato per l’ennesima volta (ove enne è >100) delle mutande di ricambio.

In realtà il pensiero è stato: “avrei dovuto prendere un paio di mutande ma come sempre mi sono dimenticato”

E da li il secondo pensiero: “ma si dice la mutanda o le mutande?”

Si insomma, dopo aver imparato che la doccia è di sinistra e il bagno è di destra, devo capire se l’abbigliamento intimo che dimentico più spesso, sia plurale o singolare.

Si insomma, sarebbe facile dire singolare sopra e plurale sotto….ma dovendo scegliere?

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Ps: si vede tanto che non ho molti argomenti in questi giorni di cui parlare?

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Della Sagrada Familia e delle opere incompiute

Non nego che l’esito della partita di ieri abbia influito, insieme alla giornata uggiosa, al mio stato d’animo odierno.

Si lo so, è solo un gioco con 22 giovanotti in pantaloncini che inseguono un pallone, però è l’ennesima porta in faccia che la squadra per cui tifo riceve nella sua eterna riconcorsa a quel trofeo tanto agognato che è la Champions.

Si perchè diciamolo, ormai non ne possiamo più di tutti quegli scudetti se poi non riusciamo, almeno una volta ogni morte di papa, a portarci a casa quel trofeo così maledetto per noi.

Però rimarrà un’opera incompiuta.

E così mi sento io oggi.

Non c’è un motivo vero e proprio. Anzi.

Non è la prima volta che ne scrivo su queste pagine, ma d’altronde, se non sfrutto il potere terapeutico di un blog in queste occasioni, quando mai lo faccio?

E così, guardando distrattamente la partita della Roma, penso a Barcellona e all’opera incompiuta di Gaudì, trovando delle similitudini con la mia esistenza.

Eternamente incompiuta.

Magari anche interessante, forse sotto certi aspetti anche bella. Penso, sia pur poco modestamente, di aver qualcosa di interessante dentro di me e questo non è cosa da poco…però rimango sempre un’opera incompiuta.

Ce ne faremo una ragione.

 

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Quando è FB a farti parlare dei libri

Ho sempre considerato FB solo come una vetrina per il mio blog, un modo per condividere con più persone i miei pensieri.

Questa volta però è accaduto il contrario.

Un post scritto su FB all’interno di un gruppo, mi ha dato l’occasione di parlare un po’ di me, del mio lavoro e di conseguenza della mia passione, i libri. E allora perchè non ripostarlo qui?

So che sembrerò presuntuoso…ma ho lavorato nei libri dal 1989 fino a due anni fa. Per chi non lo sapesse mi occupavo della produzione (cosa che tutt’ora faccio ma non per i libri), la stampa, la carta e fin dal principio avevo la buona usanza di portarmi a casa  quel che facevo.
Negli ultimi 15 anni poi, l’ho fatto per una grossa casa editrice e conseguentemente ricevevo una copia campione per ogni novità ed ogni ristampa che facevamo. Fate conto più di 800 novità e 1.500 ristampe circa ogni 12 mesi.
Moltiplicate questi numeri per 15 lunghi anni e avrete un’idea di quanti libri sono passati tra le mie mani.
Purtroppo questa sorta di bulimia mi ha fatto diventare un po’ inappetente, un po’ come un pasticcere che non sopporta più i dolci.
I libri sono diventati per me degli oggetti, carta stampata, a prescindere magari dal loro contenuto.
Sono stato costretto a iniziare a selezionare, a tenere quelli che avevano un valore particolare per la storia che si portavano dietro, almeno per me.
Ho un libro della Mazzucco che mai leggerò ma che per il fatto che mi ha fatto sudare per quelle oltre mille pagine da stampare e rilegare, conservo ancora.
Ho una tiratura limitata, in occasione dell’anniversario di Valentino, con un’orribile confezione kitsch che però non darei via per nulla al mondo.
Ho un numero speciale con i fumetti di Paperino che penso mi abbia fatto venire i primi capelli bianchi e mi abbia fatto perdere una partita della Juve in coppa dei campioni (allora si chiamava così).
Ho libri con dedica fatti da autori che ho avuto la fortuna di conoscere. Uno su tutti La Rabbia e l’Orgoglio di Oriana Fallaci, a cui sono distante anni luce come idee ma di cui ammiro la forza e caparbietà (talmente caparbia che quando la conobbi mi sbattè fuori di casa…ma va be, questa è un’altra storia).
Ho conservato i thriller, poi i romanzi che mi incuriosivano, i libri divertenti, quelli con una copertina originale o quelli talmente originali che ancora oggi non ho ancora capito (Codex di Serafini ad esempio).
Ho libri per bambini e ragazzi che mio figlio non ha mai cagato nemmeno di striscio (e cazzo, non riesco proprio a farlo appassionare alla lettura).
Ho cercato di riempire con le più robuste delle librerie casa mia, ma alla fine sono un ammasso indistinto e confuso di libri colorati che nel 90% non riuscirò mai a leggere.
La mia libreria è piena e disordinata, come lo sono i miei cassetti e la mia testa.
Nel primo caso, mi riprometto di dedicarci tutto il tempo necessario quando magari andrò in pensione (ammesso di andarci).
Nel secondo cerco di separare i sogni dai calzini. Nel terzo invece è una battaglia persa. 😉

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Dell’amore e dei pinguini.

Oggi ho letto il post di un mio amico blogger. In questo post racconta un amore finito e non per scelta sua.

Probabilmente avrebbe voluto scrivere un post rabbioso, pieno di rancore, per sfogarsi contro di lei. Apparentemente ci è riuscito, ma io ci ho visto invece una stupenda lettera d’amore.

Lui in questo momento sta soffrendo, tanto. Lo si percepisce molto bene dalle sue parole, dallo stato d’animo che traspare da ciò che mostra.

Però, per quanto paradossale sia l’affermazione che sto per fare, io lo invidio.

Si lo invidio.

Lo invidio perchè l’intensità di quel sentimento è incredibile. Lo invidio perchè nonostante non sia un ragazzino, ha la purezza di un ragazzino.

Lo invidio perchè ha un cuore sano, tonico, vivo, sicuramente che soffre, ma che sotto quello strato di sofferenza lascia intuire una voglia di vivere che ormai, io, non penso proprio di potermi più permettere.

Io ho provato quello che ha provato lui. E l’ultima volta è stata fatale. Da allora ho eretto una corazza impenetrabile per quel genere di sentimenti.

Oggi io posso flirtare, coccolare, affezionarmi, parlare, ascoltare, scopare, usare, una donna, ma non voglio più amare e soprattutto non voglio più essere amato.

E ci riesco anche piuttosto bene, mi vanto del mio modo di essere anaffettivo.

Però mi sembra di stare in un purgatorio, in una landa deserta, arida e piatta.

Certo, sono io il primo artefice, il carceriere di me stesso in questa gabbia dorata. Un detto dice “chi è causa del suo male pianga se stesso” e io non posso che confermare la verità di queste parole. E’ quello che voglio. Non fare danni (perchè amando ne ho causati tanti) e cercare di non subirne.

Però quando vedo chi è diverso da me, chi è ancora capace di provare dei sentimenti così intensi, di amare…beh un po’ di invidia c’è. Il coraggio di provare a volare pur sapendo che si può anche cadere.

Io sono come uno struzzo, un tacchino, un pinguino, un uccello, che per l’evoluzione darwiniana, ha disimparato a volare.

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Settimana un po’ così

Se mi prendessi la briga di andare a rileggere nei miei post un po’ down chissà quanti ne troverei di questo tenore.

La settimana non è stata positiva. E la cosa inquietante è che non è dipesa da un fatto, ma da tanti fatterelli, che presi singolarmente non dovrebbero causare assolutamente ripercussioni sul mio umore in tal modo, ma che evidentemente sommati riescono ad avere un effetto un po’ più dirompente.

In modo particolare la telefonata ricevuta (in realtà sollecitata) col cacciatore di teste. Immaginavo già cosa mi dovesse dire e il suo esordio “Purtroppo….” me ne ha dato la conferma. Anche se la motivazione mi fa rabbia, perchè mi ha confermato che l’azienda è comunque interessata a me ma la figura che dovrei sostituire, già in pensione da un po’ e con un contratto di consulenza, non ha intenzione di lasciare e loro non voglio prendere la cosa di petto lasciandolo al suo posto. Mi fa rabbia perchè ci rimetto io in questo caso e perchè ci sono milioni di persone che stanno lottando e protestando per ottenere un diritto, la pensione, che lui bellamente calpesta.

Ce ne faremo una ragione, anche se sotto sotto ci spero ancora (never give up).

In compenso è uscito l’ultimo lavoro degli U2. Lo sto ascoltando e quando ho risentito questa, ascoltata la prima volta al concerto di Roma, l’adoro, soprtattutto per il crescendo finale. Mi è venuto un groppo alla gola. Forse era meglio una grappa…

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