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Come al cinema

Tra il primo e il secondo spettacolo.

Sul lavoro tante incognite e poche certezze. Tra queste quella che il mio capo è viscido…vuole apparire per quello che non è e fa, scrive, dice, cose che non mai fatto, scritto o detto prima. Non mi sorprende però.

Io sono un po’ defilato, coperto appunto da lui. Ma non me la prendo più di tanto.

Ed è questo che più mi fa riflettere. Dovrei incazzarmi, fremere, agire…e invece nulla. Faccio il mio lavoro come se nulla fosse (e tutto sommato anche bene), ma senza voglia, senza ambizioni, senza passione.

E se guardo a tutto il resto non è che la situazione sia diversa.

Dicono che a 50 anni la vita ricomincia…ma devo essere in quella fase, tra il primo e il secondo spettacolo, quando lo schermo è spento, le luci accese e in sala c’è il silenzio.

Faccio fatica anche a correre. Non ne ho voglia, non ho obiettivi stimolanti. Mi alleno meno di quello che dovrei e non appena esco di casa non vedo l’ora di tornare.

E ciò nonostante domenica tornerò a mettere un pettorale…ma così, senza obiettivi…in attesa che cominci lo spettacolo dopo.

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Riflessioni davanti ai Corn Flakes

La mia esistenza, come quella di tutti, è fatta di alti e bassi.

Ci sono momenti poi in cui i bassi ti sembrano corrispondere alla tempesta perfetta. Un insieme di fattori negativi che statisticamente non capitano mai tutti insieme tranne che in rarissimi casi.

E come in ogni tempesta, c’è l’occhio del ciclone, quella piccola zona al centro di quel gran vorticare, in cui regna la calma più assoluta.

Ieri sera penso di essermi trovato in mezzo all’occhio del mio ciclone.

Ero al supermercato, e mentre cercavo tra gli scaffali lo yogurt, i pomodori o l’ormai inseparabile provvista di chinotto, ho raggiunto la consapevolezza.

Penso fosse proprio davanti ai corn flakes, che di solito prendo con i pezzetti di cioccolato belga ma che ieri ho preso in offerta coi frutti rossi.

E’ li che ho capito che la paura di buttarsi e di farsi male forse è esagerata.

Perchè guardando bene, affacciandosi da quel parapetto, il salto da fare non è poi così alto. Ad occhio e croce sarà un metro e mezzo, forse due.

Se mi butto e sto attento magari non mi faccio assolutamente nulla. Ma se anche dovessi cadere male, il peggio potrebbe essere una slogatura o poco più.

E pensare che per anni sono sempre stato convinto che non sarei sopravissuto a quel salto o che comunque mi sarei fatto molto molto male.

Ok….è arrivato allora il momento di saltare.

street jumping

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A volte la sensazione è questa…

Fluttuare nel vuoto accompagnato da una melodia malinconica….trovo che questo video sia incredibilmente bello…ma devo uscire da questo stato e tornare con i piedi sulla terra….magari a prendermi meno seriamente che di solito mi riesce anche meglio.

Space Oddity

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me la son fatta sotto

Domenica, con il gruppo dei pargoli e genitori andiamo in uno di quei parchi in in mezzo ai boschi dove fanno i percorsi avventura, quelli sugli alberi.

Mentre aspettiamo il nostro turno per indossare l’attrezzatura, Sylvestrino incomincia a manifestare la sua inquietudine. Lui non è mai stato spericolato e l’idea di arrampicarsi su quegli alberi non gli va proprio.

Però il biglietto l’ho pagato per cui mi fai il santo piacere di metterti l’imbragatura e ascoltare la spiegazione, dopodichè se vuoi stare giù a guardare gli altri fai pure...

Incominciamo i percorsi. I piccoli per conto loro seguiti a turno da uno dei genitori, e i grandi che si avventurano tra ponti tibetani, ponti nepalesi, carrucole e liane.

Ovviamente i percorsi sono con un livello di difficoltà via via crescente.

Nel gruppo, memore delle mie esperienze sui rollercoaster di Mirabilandia, passo per quello più impavido, il punto di riferimento.

Qui però al coraggio bisogna abbinare una discreta abilità e destrezza, che per quel che mi riguarda, nonostante la mia anima felina, non mi appartiene per nulla.

Mi sento molto giochi senza frontiere, e alla fine del secondo percorso, quello medio, con la maglietta intrisa di sudore gioco il jolly: “i bambini hanno fame….facciamo pausa!”.

Ci rifocilliamo commentando i passaggi più difficili e esaltando le imprese dei più piccoli. Anche Sylvestrino, passata la diffidenza iniziale ci ha preso gusto e non vede l’ora di tornare ad attaccare moschettoni e carrucole ai cavi d’acciaio.

Con la panza piena e con l’entusiasmo di un cappone alla vigilia di Natale, riprendiamo le nostre sfide.

Inizio il percorso “difficile”. Già la partenza con una scala di corda luuuunga e decisamente poco tesa, mi fa capire che le piadine hanno fiaccato oltre che il fisico anche lo spirito. Le gocce di sudore che copiose incominciano a imperlare la mia fronte ne sono la testimonianza.

Arrivo in cima, più o meno all’altezza di un palazzo di 3 o 4 piani. Ponte tibetano. Una fune sotto  piedi e una fune per reggersi con le mani. Si può fare, anche se la lunghezza del percorso è particolarmente impegnativa, almeno una ventina di metri.

Arrivo in fondo, mentre uno dei miei soci che mi precede (eravamo a quel punto rimasti solo in tre a sfidare il vuoto) incomincia ad anticiparmi da bastardo inside le “emozioni” dei passaggi sucessivi.

Arriva il mio turno, all’arrivo mancano solo tre passaggi. L’ultimo è una semplice carrucolata per riportarti a terra, non desta preoccupazioni. Ma prima un passaggio con tronchi appesi a funi, posti ad una distanza tale da dover richiedere un forte dondolamento del corpo per poter passare da un tronco all’altro. A seguire un passaggio che richiede una camminata su una fune con l’aiuto di un bilanciere.

Mi cago sotto. Al secondo tronco mi dico “ma chi cazzo me lo fa fare”. Torno indietro sulla piattaforma. Urlo a quello che stava iniziando il ponte tibetano di fermarsi e incomincio alacramente a ripercorrere  i 20 metri della fune in senso opposto.  A quelli che incrocio e che con lo sguardo mi interrogano spiego che non mi sento molto bene. Una palla bella e buona per non affossare ulteriormente il mio orgoglio ferito.

Gli altri miei compagni di avventure nel frattempo sono arrivati al traguardo e giustamente gongolano soddisfatti.

Tocco terra e a mio figlio che chiede spiegazioni cerco di impartire una lezione filosofica di come a volte bisogna saper perdere…nel frattempo alzo gli occhi e vedo una serie di ragazzini di 12 anni che passano indenni i punti critici che mi hanno sconfitto.

Cazzarola….ci devo riprovare quanto prima !!!

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